Un libro-guida sulle sculture dimenticate in chiese e musei di Napoli, Capua e Terra di Lavoro Mostri, giardini, angeli e madonne di tre grandi maestri Mondragone e la storia del Mamozio A cercarlo con Google, sullo schermo del computer apparirebbero decine di coppe e squadre. Il Trofeo con la t maiuscola invece è un vero arco di trionfo-scenografia al passaggio dei generali. Ma quel Trofeo lì chi lo conosce più? Riesce anche difficile capire di che cosa si trattava, se si va sul posto dove ce n' era uno: ai bagni della Rocca di Mondragone. Il degrado è tanto forte, sulla Domiziana da Mondragone a Formia, che non viene di pensare né a trionfi né a trofei, tale è la sequenza - raccontano gli autori - di discariche tossiche, abusivismo, traffico di esseri umani. Eppure c' era. Il monumento era lì, a Sinuessa, città termale dalle acque miracolose: non era un mistero nell' antichità, ne parlavano Plinio, Tacito e Strabone. Il poeta Sannazaro, habitué di quelle terme, ne sapeva qualcosa. Restaurando i bagni e volendo celebrare la sua famiglia, Gonzalo Fernàndez de Còrdoba, III duca di Sessa, fece costruire l' arco di trionfo per celebrare la vittoria di suo nonno, il Gran Capitano, sui francesi. Il Trofeo, più noto come "Mamozio di Sessa", è un corpo di guerriero senza testa e con la corazza, montato su una base che ha un fregio con i prigioni (i francesi sconfitti). Invece della faccia, ha un muso di leone da cui esce una divinità femminile con un ventaglio di piume sulla testa, poggia su un tronco di marmo e su un' iscrizione per la quale il duca aveva voluto il massimo "art director", lo storico Paolo Giovio. La complessa scultura - poi dicono che l' arte contemporanea è astrusa - è stata "ritrovata" dagli storici dell' arte Francesca Amirante e Riccardo Naldi e idealmente ricomposta nel libro che raccoglie i loro scritti, facendoci conoscere più da vicino tre scultori napoletani cinquecenteschi: "Giovanni da Nola, Annibale Caccavello e Giovan Domenico D' Auria. Sculture ritrovate tra Napoli e Terra di Lavoro 1545-1565", pubblicato da Electa Napoli come quaderno dell' Orientale. Naldi, studioso di scultura e allievo di Francesco Abbate, e la Amirante, che ha al suo attivo una lunga e riuscita opera di divulgazione con Progetto Museo, si danno da fare per riportare "in vita" una serie di cicli scultorei dimenticati o poco conosciuti del Cinquecento: Giovanni da Nola il maestro, Caccavello e D' Auria assistenti che si misero in società. E sono Caccavello e Giovanni da Nola a firmare il "Trofeo dei bagni". Ma i tre grandi produssero anche giardini di marmo e mostri di pietra, freaks, gargoyles e madonne emergenti da folle di puttini, oltre a incredibili "Deposizioni". Il perfetto bianco nero fotografico di Luciano Pedicini e Luigi Spina, nel libro, li ha tolti dall' ombra. Pezzi troppo straordinari per perderli un' altra volta. Usando come guida il testo, si può tentare un tour coraggioso, armandosi di buona volontà, per chiese non sempre aperte, musei dove le didascalie lasciano a desiderare e sacrestie che spesso sono più nascondigli che luoghi di arte sacra. Il Museo Campano di Capua (aperto 9-13.30, chiuso il lunedì) conserva il "Mamozio" - il nome che fu dato nel XVIII secolo a una statua acefala del console romano Mavorzio trovata a Pozzuoli, al quale fu sostituita la testa con una testina modello macumba. La sproporzione creava ilarità, come un po' fa anche lo strano trofeo di Mondragone. Ci sono anche gli altri pezzi del Trofeo del Duca di Sessa, sparsi qua e là nel museo: c' è tutto, sono andate perdute solo delle bandiere di marmo. Nella Cattedrale di Sessa Aurunca si può trovare la colta iscrizione di Giovio: è diventata il pavimento del coretto. Una grandiosità che corrisponde a quella del sepolcro di Pedro di Toledo di Giovanni da Nola, purtroppo poco visibile nella quasi sempre chiusa chiesa di San Giacomo degli Spagnoli di piazza Municipio. In Santa Maria La Nova, invece, quello spendaccione di Gonzalo, che dilapida una fortuna per fare una vita all' insegna della grandeur, seppellisce magnanimamente due nemici, Pedro Navarro e Odet de Foix, regalando loro una tomba artistica con figure grottesche. Ed eccoci ad Aversa, dove purtroppo sarà difficile - peccato - farsi aprire la chiesa della Maddalena dell' ex ospedale psichiatrico. Così, se non si può vedere il sepolcro di Paolo Lamberto di Giovanni da Nola e il maestoso altare della Madonna di Loreto realizzato con D' Auria, la scultura meridionale non avrà mai l' importanza che merita. Nella collegiata di Santa Maria Maggiore a Santa Maria Capua Vetere c' è l' altare con trabeazione e puttini, mentre il bel rilievo, il "quadro di marmo" opera di Caccavello, che porta l' osservatore dritto in cielo e raffigura la Madonna con anime del Purgatorio si trova nel Museo Campano. Con Riccardo Naldi proviamo a ricostruire l' altare di San Giovanni a Carbonara. Ora ne vediamo solo la mensa, un tempo ospitava il polittico d' alabastro inglese, lo strepitoso "altare portatile" che troviamo al museo di Capodimonte. Le sue due sculture pure sono fuori posto: San Giovanni è nella chiesa di Santa Sofia, ai piedi di San Giovanni a Carbonara (aperta solo la mattina presto) e un Sant' Agostino si trova ora nella cappella Di Somma, e bisogna cercarsela. Bella con i suoi mostri fantastici anche la fontana di Caccavello, qualche mese fa scampata a un furto grazie al parroco (ma la zona dove si trova è ora un cantiere). Mostri simili di Caccavello sono anche a Capodimonte. Lo scultore ne fece altre: una, con satiri e giardini scolpiti in estrema finezza, si vede nel Palazzo dell' Ammiragliato in via Cesario Console. Infine, nella cinquecentesca chiesa dell' Annunziata si rivede una Deposizione restituita a Caccavello: sequenza cinematografica più di ogni altra deposizione, con uno che regge e uno che molla Gesù, un gioco di panni e sudari usati come corde, e di mani e braccia che ripetono il motivo della croce, di incredibile modernità.