Quarantamila ville e palazzi nobiliari, 3mila giardini storici, 20mila castelli, 1.500 conventi, un numero sconfinato di masserie, torri, eremi, casali eccetera: ma, soprattutto, 22mila e la cifra appare approssimata per difetto insediamenti storici. È il ritratto sorprendente dell'Italia "minore" che esce dalla ricerca commissionata al Censis dall'Associazione nazionale costruttori edili, presentata a Positano il 17 ottobre in occasione del V convegno nazionale dei giovani imprenditori, «Un futuro per il nostro passato. Beni culturali e Industria delle costruzioni». Vero e proprio "museo all'aperto", nonostante le devastazioni pesanti di questi ultimi decenni e quelle paventate dall'infausto ricorso alla deleteria pratica del condono, il Bel Paese ne esce fotografato in una fase di ripresa, sia per quanto riguarda la diffusa presa di coscienza di questa realtà in termini di domanda di cultura (i visitatori di musei e mostre, ad esempio, sono cresciuti dal 22,7 del 1993 al 28 del 2001), sia per la consapevolezza dell'effetto di moltiplicatore sull'occupazione e sul reddito dell'emersione, opportunamente governata, di questo patrimonio soprattutto verso quella che, efficacemente, viene nella relazione descritta come l'«utenza negata»: portoni chiusi davanti a visitatori sconcertati, ambienti inagibili, restauri infiniti, accoglienza sommaria e frettolosa, eccetera. Se, a partire dagli anni 90, si è assistito a una progressiva svolta nel «sommerso museale», quest'incremento ha caratterizzato soprattutto le maggiori città d'arte con una diffusione a macchia di leopardo che non rende giustizia a quell'idea del territorio come «museo diffuso», orgogliosamente rilanciata da Salvatore Settis nel suo polemico Italia SpA, La vera "svolta", tuttavia, è il rinnovato interesse degli italiani per il patrimonio "minore", quello che appunto innerva, con diverse e originali declinazioni, l'intero territorio nazionale, componendo la ricca trama di tessuti edilizi costituiti da piccoli borghi, da abbazie, conventi e casali, rocche, castelli, ville e palazzi. L'Italia, insomma, di Gargonza in Toscana o di Castelbianco in Liguria, strappate alla loro tranquillità dal gossip politico-mondano; ma anche quella del Club dei Borghi e di Cittaslow, delle Bandiere arancioni e di Qualità Ambiente. La promettente Italia della new economy culturale, cui l'imprenditoria edile promette di avvicinarsi in un costruttivo spirito di collaborazione con gli organi di tutela e le amministrazioni locali. Declinata l'epopea del capitalismo selvaggio ma anche quella del rampantismo postmoderno descritto da Giuseppe Montesano nella Napoli dei Negromante, Di questa vita menzognera , la visione integrata dello sviluppo e della valorizzazione del patrimonio culturale è diventata ormai materia di insegnamento di master e corsi di laurea nei principali atenei italiani, a sostegno della possibile utopia di una cultura "che paga", anche.