Claudio Strinati vive a Roma, dove è nato da una famiglia di origine marchigiana. È il sovrintendente dei musei dello Stato nella capitale, ha 55 anni e due figli gemelli. «Avrei voluto fare il musicista, ho studiato chitarra classica, pianoforte, composizione, poi uno dei miei maestri mi fece capire con affettuosa, anche se inequivoca discrezione che non gli pareva avessi tutto questo talento, e per me fu un grande dolore. Ero già all'università, iscritto a Lettere, la storia dell'arte fu una sorta di ripiego. Per la musica, per chi la pratica con maestria, ho conservato una sorta di venerazione: ne sento molta, ne ho scritto, seguito ad applicarmi nella lettura di opere e spartiti, e ne ricavo gran gioia, ma non suono più, lo scarto tra la bellezza dei testi e la qualità delle mie esecuzioni mi rattristerebbe troppo. La storia dell'arte, dicevo; mio padre, medico, ne era appassionato. Mio nonno la insegnava, ancora mi capita di incontrare qualcuno che è stato suo allievo, e in famiglia ne parlava volentieri con noi bambini». «La domenica ci riunivamo per pranzo a casa sua, abitavamo vicini, via La Spezia dalle parti del Laterano noi al numero sei, lui al cinquantaquattro. Un appartamento su due piani, e le pareti erano coperte di quadri, perfino quelle delle scale tra un piano e l'altro; era amico di tutti, pittori, scultori: ambiente dannunziano, ricordo lo scultore Bardetti, veniva talvolta a trovarlo, ai miei occhi di ragazzo pareva un vecchio decrepito, centenario. Più tardi, in una visita al Vittoriale di D'Annunzio, mi imbattei in una grande statua di San Francesco, appunto di Bardetti; a casa del nonno ce n'era il bozzetto». «Un giorno, a pomeriggio appena avviato, stavo facendo esercizi di chitarra classica, mio padre entrò nella stanza, "vieni, andiamo, il nonno sta male". Lo trovai seduto nella sua poltrona, la faccia stanca e un po' di fatica nel respiro. Ma "voglio fare quattro chiacchiere con Claudio", disse. Mi parlò della facciata di San Giovanni in Laterano, un'opera degli anni Trenta del Settecento; mi raccontò del suo progettista, Alessandro Galilei, pronipote del grande scienziato: architetto del granduca di Toscana, era stato chiamato a Roma da Lorenzo della famiglia fiorentina dei Corsini, diventato Papa col nome di Clemente, dodici mi pare. Vivevo in quella zona della città, era bene che quelle cose le sapessi, spiegò. Morì dopo pochi minuti». «Abbi memoria del passato, questo forse voleva dirmi. La mia, è una generazione che è stata in mezzo a un cambiamento delle cose quale nessun'altra forse ha mai sperimentato. Quattrocentocinquantacinqu'anni, discretamente portati, rispondo talvolta a chi mi chiede l'età. È un paradosso, ma ci prende: con un piede sto nei computer e nei microchips, e l'altro affonda nel ricordo di consuetudini che erano le stesse da secoli. Mi rammento le vacanze di Natale a Cingoli, il nostro paese di origine, provincia di Macerata: le stanze fredde per via dell'inverno, il gelo dell'acqua nelle bacinelle con cui sciacquarsi la faccia al risveglio, lo scaldino nel letto, appeso a un armatura di legno, il prete, che alzava lenzuola e coperte e le intiepidiva, e uno poi se le tirava fin sopra la testa per proteggersi dall'aria ghiacciata. E d'estate, uomini assorti nel gioco antico delle bocce imparai anch'io a cavarmela piuttosto bene, rimpiango che non me ne capiti più l'occasione O le partite di pallone elastico sotto le mura, le guardavo insieme al nonno, commentava con competenza gli scambi e i gran colpi assestati da uomini con l'avambraccio protetto da un'armatura di cuoio. La domenica si andava talvolta a far visita a certi parenti, vivevano in paese vicino; dieci chilometri, a piedi, una gita che cominciava la mattina per far ritorno a casa la sera, e si partiva con scorta d'acqua e di panini». «I musei sono luoghi della bellezza e della memoria, il nostro lavoro è fare in modo che non siano archivi inerti, ma vivi e vitali. Raccolgono un'enciclopedia di risposte meravigliose, ma di per sé sono muti; anche il quadro più strepitoso parla solo quando c'è qualcuno che ha la curiosità, la passione di interrogarlo, con gli occhi e col cuore e allora racconta storie indimenticabili. Bisogna dunque attirare persone, e non perché prestino ossequio formale e compunto a capolavori che "non si può fare a meno di vedere". Bisogna ingolosirne l'interesse, ravvivarne la voglia di dialogo; e senza abbassare il rigore critico delle proposte». «In ogni mostra, perciò, c'è un azzardo, e sottile, e incerto, è il confine tra successo e sconfitta. Ricordo ancora la prima che ho curato, ormai tanti anni fa. C'era allora una sorta di cerimonia, si chiamava "la settimana dei musei", ed era costume approntare per quei giorni qualche motivo straordinario di richiamo. Mancavano due mesi alla data, e quell'anno non c'era ancora niente di pronto. "Lei, che è giovane e volonteroso, prepari qualcosa" mi disse un giorno la sovrintendente, una donna brava quanto imperiosa». «Il tempo era scarso, ma "in fondo mi dissi Rossini ha scritto il Barbiere di Siviglia in due settimane, io posso ben fare una mostra in due mesi". Del resto, a Roma quello era un periodo fantastico, vivevo accanto a grandi amici, in mezzo a discussioni fervide. Ero appena tornato da Genova, dove avevo vissuto alcuni anni, al primo gradino nella carriera: una città così diversa, con un patrimonio artistico meraviglioso, vai per una delle stradine verso il porto, cammini e all'improvviso ti si para davanti un capolavoro; e l'ambiente all'inizio è chiuso, annusa, soppesa, non dà confidenza al primo marinaio di passaggio: diffida; ma se passi l'esame, nascono amicizie che durano tutta una vita». «Dunque, una mostra; passavo il mio tempo a girare per le chiese di Roma, ancora oggi ricordo a memoria il contenuto di ogni cappella; avevo cominciato anche a specializzare i miei studi sul Cinquecento, e nel Cinquecento sul Manierismo. E perciò: una mostra sul Manierismo romano, e l'esposizione di opere sconosciute al grande pubblico. Fu un disastro, ebbi la stroncatura di alcuni grandi critici, e non valse a compensarla il consenso affettuoso di più giovani colleghi. In onestà, rileggendo negli anni il catalogo, devo ammettere che c'erano errori, quadri di attribuzione controversa, la fretta era stata matrigna: niente a che vedere con Rossini, non per caso lui è un genio». «Ne ebbi un dolore terribile, pensai di aver fallito nella vita. Concentrato in una vicenda sola, provai il morso di tutto quello che mi sarebbe capitato dopo, giudizi negativi, successi, invidie. Ma faccio ancora questo lavoro con entusiasmo, mi piace provocare la discussione, dibattere, ragionare con gli altri. Se posso, creare sorpresa, interesse; è anche un modo per spendere meglio il denaro che il pubblico bilanciò ci assegna. E che diminuisce, né mi vengono in mente per il futuro vacche più grasse. Siamo in mezzo a novità nelle leggi, e a conflitti tra le istituzioni. Salvatore Settis, il direttore della Normale che è anche archeologo e gran critico d'arte, ha giusto parlato, per i musei, di un periglioso Triangolo delle Bermude, avvolto nella tempesta magnetica provocata dai contrasti tra Stato e Regioni. Concordo, ma non faremo naufragio. Non mi ci vedo, a suonare il pianoforte mentre affonda la nave. Il mio vecchio maestro storcerebbe il ciglio: «Ma che fai Claudio, ancora ci provi».