La storia, le arti, le guerre e la magnificenza dei Savoia dalla metà del Cinquecento, quando Émanuele Filiberto fece di Torino la sua capitale, fino al tramonto del Settecento, quando di fronte all'irrompere delle armate napoleoniche Carlo Émanuele IV abbandonò frettolosamente la città. Questo l'argomento della mostra che aprirà i battenti a Venaria Reale il prossimo 13 ottobre, ospitata nella Reggia la cui costruzione si prolungò dal 1659 al 1790. Ciò significa che il sorgere, il trasformarsi, l'arricchirsi, l'accrescersi di questo stupefacente monumento hanno occupato una gran parte del periodo qui considerato, significa che più che ospitare la mostra la Reggia di Venaria ne è l'anima e il cuore stesso. E la rassegna celebra la resurrezione della Reggia, resa possibile da un esemplare restauro durato molti anni e felicemente concluso grazie al coraggio, alla costanza, alla determinazione, all'abnegazione, alla generosità, ai saperi e ai talenti di tanti e tanto diversi attori. I Savoia non hanno tradizionalmente fama di protettori delle arti, di committenti, di mecenati. Li si immagina piuttosto come una dinastia guerriera. Ma la mostra viene a dimostrare il contrario: da Émanuele Filiberto fino a Vittorio Amedeo III e all'eclissi dell'ancien regime, si snoda, con alti e bassi, ma senza soluzioni di continuità, una vicenda artistica ricca e variata, figlia, per dirlo con le parole di Luigi Lanzi, «di una fantasia contemplatrice delle immagini più gioconde». A essa parteciparono architetti, pittori, arazzieri, scultori, stuccatori, ebanisti, stipettai, ricamatori, orafi, argentieri, ceramisti, committenti, musicisti, eruditi iconografi, retori, storiografi, incisori, editori, collezionisti tutti caratterizzati per una singolare e significativa ampiezza di orizzonti europei. Fu la posizione geografica a cavallo delle Alpi che fece del ducato una terra con due anime, francese l'Una, italiana l'altra. E in parte contribuì anche la stretta rete di alleanze matrimoniali che per secoli legò i Savoia alle più grandi dinastie del continente. Grazie alla sua adesione al campo imperiale e alla vittoria di St. Quentin, il duca Émanuele Filiberto venne risarcito nel trattato di Cateau Cambrésis delle sue terre. A sottolineare un radicale cambio di politica abbandonò Chambéry e nel 1563 fece di Torino la sede del potere e della corte mettendo fine a un bipolarismo che aveva dato vita nel passato anche a un fertile meticciato artistico. Si trattava ora di costruire una capitale, di munirla e fortificarla adeguatamente e di fondare altresì una nuova cultura figurativa. In primo luogo si doveva inaugurare una politica artistica intesa come potente arma strategica al servizio della corte e della dinastia, in secondo luogo bisognava puntare sulla deliberata varietà delle scelte.Osservava il Lanzi che i migliori pittori che lavorarono per la corte tra o per le quadrerie private non erano indigeni ma forestieri. Ciò è vero solo in parte, quando si pensi ad artisti come Be-aumont o a quella insigne ritrattista che fu la Clementina, in ogni modo le chiamate e le scelte vennero fatte con grande oculatezza, come provano i nomi del lorenese Charles Dauphin, dell'olandese Jan Miei, di Orazio Gentileschi, del viennese romanizzato Daniel Seyter, dei Veneti Sebastiano Ricci, Bellotto, Crosato, di Carle van Loo, pittori tutti richiesti dall'Europa intera. Non avrebbe però molto senso centrare l'attenzione sulla sola pittura: nella ricerca di una magnificenza che li ponesse al rango delle più grandi corti europee, i Savoia guardarono in molte direzioni e cercarono di avvalersi di molte tecniche, prima fra tutte l'architettura, ma anche la scultura e, specie nel Settecento , i mestieri preziosi, dagli argenti alle porcellane, agli arazzi, all'ebanisteria che vide l'affermarsi di maestri insigni come Piffetti e Bonzanigo. Elaborarono e portarono avanti con costanza una strategia visiva che presentava adeguatamente e celebrava la capitale e la corte e affidarono un ruolo privilegiato alle arti chiamate «ad abbellire le reggie, far suntuose le ville, fondare nuove città, alzare forti inespugnabili e immortalare le loro azioni ben appunto degne dell'eternità». In questo contesto nacque la «corona di delizie», la splendente costellazione di ville e residenze suburbane, tra cui va annoverata la sconfinata, stupefacente Reggia di Venaria. La sua nascita precedette di poco il fruttuoso soggiorno torinese di un geniale architetto e matematico, il teatino Guarino Guarini chiamatovi nel 1666 da Carlo Émanuele II. Le illustrazioni di una monumentale impresa cartacea come il Theatrum Stat-um Regiae Celsitudini Sabaudiae Ducis (che presentavano il ducato attraverso vedute e piante, città, fortezze, paesaggi ed edifici) oppure la contemporanea Genealogie de laRoyale Maison de Savoie del Borgonio contribuirono a costruire e diffondere l'immagine di una dinastia e di una corte che - scrive un ambasciatore - intendeva «comparire al mondo nell'assemblea primiera delle potenze». Quando Vittorio Amedeo II diverrà re di Sicilia nel 1713 (corona che fu poi costretto a barattare con quella di Sardegna) una delle sue prime decisioni fu di chiamare a Torino un architetto messinese da qualche anno operoso a Roma, Filippo Ju varrà. Con le imprese edificatorie, il genio di Juvarra e l'appello ai più celebrati pennelli Vittorio Amedeo volle dare all'Europa una immagine eclatante del nuovo regno. Sopravvennero poi le ombre e le luci del bellicoso Carlo Émanuele III che seppure nel 1737 (secondo una non certa tradizione) avesse fatto dare alle fiamme, istigato dal suo confessore, le immagini impudiche della sua quadreria, avrebbe poi acquistato nel 1741 la splendida collezione del principe Eugenio ambita da tutt'Europa e contribuito non poco all'accrescimento e all'abbellimento della capitale e della reggia di Venaria affidandosi a Juvarra prima e quindi, dopo la partenza di questi per la Spagna, nominando nel 1739 architetto di corte Benedetto Alfieri. Con il XVIII secolo si aprirà l'inizio di una stagione artistica e culturale nuova quella dell'esotismo, degli ebanisti di genio, dei Prinotto, dei Piffetti, dei Bonzanigo creatori, di micro architetture preziose di mobili stupefacenti intarsiati di avorio madre-perla, tartaruga, argento e connessi di varie essenze, dal palissandro all'ebano al bois de rose al cedro, dei disegnatori, degli ornema-nistes, degli orafi dei maestri della porcellana e del bisquit, dei bronzisti come il raffinato Francesco Ladatte. La regia di Venaria riaperta e la mostra che inaugurerà questa sua nuova stagione di vita raccontano nei dettagli questa lunga storia, quando «la Real Città di Torino... sempre più abbellita sotto i fausti auspici della Real Casa di Savoia arrivò a essere considerata - accanto a Roma - tra le città favorite dalle figlie di Apollo».