Il dibattilo normativo sui beni culturali si accende ogni giorno di nuove sfumature. In attesa che il ministro Giuliano Urbani ufficializzi il suo codice, tocca accontentarsi degli scampoli videotrasmessi (una manìa acquisita dal patron Silvio Berlusconi?) persino al convegno dei giovani imprenditori edili. Lì, a Positano, il ministro ha annunciato la nascita di tre nuove categorie di beni demaniali: «Quelli con il bollino rosso, invendibili; quelli con il bollino verde, alienabili senza problemi; quelli con il bollino giallo, da conservarsi indipendentemente dalla proprietà, sui quali va controllato attentamente la destinazione d'uso». La cosa ha subito fatto arrabbiare l'ex ministro Giovanna Melandri, che ha rivendicato la paternità del provvedimento con cui si è aperto il cancello del demanio pubblico ai privati (i capitali, si intende), ma che ha anche giustamente rimbeccato Urbani nell'atto di vantarsi di avere messo finalmente una tutela «vera» ai beni cosiddetti maggiori, i superbeni culturali come Colosseo, Fontana di Trevi o Pompei. In mezzo a questo scambio di accuse tra governo e opposizione, in cui gioca una parte di primo piano anche la questione delle cifre, ovvero dei finanziamenti pubblici destinati al settore, che sono notoriamente in calo verticale e che pongono l'Italia dietro gli altri paesi europei, l'Ance è venula allo scoperto con un pacchetto di proposte che hanno sicuramente il pregio della chiarezza. Tra le molte, due sembra utile illustrare subito. La prima chiede che alcuni beni pubblici vincolati siano dati in concessione ai privati, a tempo determinato. Melandri si è detta d'accordo, naturalmente a condizione che siano sottoscritte alcune garanzie. La seconda proposta è stata chiamata vincolo graduato e differenziato, aggiungendovi l'obbligo di dettare per questi immobili vincolati le destinazioni compatibili. Che cosa hanno in mente i costruttori? Nei vari interventi, a Positano si sono ripetute solo due parole: alberghi e appartamenti. Dall'immobile culturale all'immobile residenziale? Gennaro Vitale, vicepresidente dei giovani imprenditori edili, nega: «Noi chiediamo soltanto che si passi dalla tutela ope legis alla tutela mirata. Di un palazzo storico, ad esempio, si può conservare la facciata, intervenendo magari sull'interno. Certo, molti di questi palazzi potrebbero diventare grandi alberghi, ma non abbiamo niente in contrario a ipotesi differenti, dai centri congressi ai centri ricerche. La verità è che mancano i progetti, anche da parte del protagonista pubblico, che sia lo stato o che siano gli enti locali». Qualche dato lo ha fornito il direttore dei beni architettonici del ministero, Roberto Cecchi. In Italia, gli edifici tutelati sono 50.000, migliaio più migliaio meno. Quanto allo spauracchio nazionale, ovvero la lunga mano della burocrazia contro l'iniziativa privata, Cecchi ha detto che, su 700.000 interventi di modifica del territorio, l'amministrazione ne boccia in media il 2 e di questi provvedimenti i quattro quinti vengo annullati dai Tar. Dormite tranquilli, che la licenza edilizia è in arrivo.