Aveva tuonato contro il condono edilizio ma poi ha dovuto mettere la sua firma sotto la sanatoria. E passi. Ma a perdere un'altra volta la faccia, e di nuovo insieme a Giuliano Urbani, Altero Matteoli proprio non ci sta. «Eravamo entrambi contrari al condono. E ora sono totalmente d'accordo con il mio collega dei Beni culturali. Se quell'emendamento presentato da Ivo Tarolli prefigura, come sembra, un allentamento dei vincoli storici e artistici, va ritirato», dice il ministro dell'Ambiente. Che insiste: «Ha ragione Urbani quando dice che una proposta del genere fatta da un esponente dalla maggioranza equivale a farsi del male da soli». Altro che esponente della maggioranza. Tarolli dice che l'emendamento è del governo e che lui l'ha solo presentato. Le risulta? «No. L'accordo è che non si presentavano modifiche se non concordate, e questa non è stata concordata. Se poi si è scelta la scorciatoia di farla presentare da un parlamentare, è un fatto molto criticabile. Spero che non sia vero, altrimenti si va al saccheggio. Il mio partito ha 99 deputati e 47 senatori: se volessi mi potrei mettere d'accordo con tutti loro per stravolgere il condono. Lo trovo di cattivo gusto, e non mi faccia dire altro». In effetti, sul condono i parlamentari di An sembrano scatenati. Non dica che non le fa piacere... «E' noto che ero e sono contrario alla sanatoria edilizia. Ma resto fedele all'accordo fatto, alla mediazione raggiunta nell'ambito del Consiglio dei ministri dove si è arrivati a un condono, come posso dire, sopportabile. Il governo ha licenziato un testo oltre il quale non si può assolutamente andare. Se poi il Parlamento cerca addirittura di migliorarlo, non può che farmi piacere. Certamente mi fa piacere che i senatori del mio partito abbiano presentato emendamenti che vanno nella direzione da me auspicata». Sopportabile, ha detto? Ma se ci sono gli ambientalisti, e non soltanto loro, in rivolta. «Le proteste ci sarebbero state anche se avessimo varato un condono anche minimo. Ma guardiamo le opere non suscettibili di sanatoria. Al di là della condanna per reati di mafia, l'impossibilità di adeguamento antisismico, l'assenza della concessione, ci sono immobili soggetti a vincoli dei beni ambientali e paesaggistici, dei parchi e delle aree protette nazionali e regionali...». Ci mancherebbe altro. «Nell'elenco di quello che è escluso ci sono poi gli immobili dichiarati monumento nazionale. Anche qui lei mi dirà, ci mancherebbe altro, però... ci sono le aree boschive incendiate, le opere realizzate nei porti o nelle aree di interesse del demanio marittimo». E basta questo a renderlo sopportabile? «Io il condono non lo volevo». Non lo voleva nemmeno nel 1994: al tempo del primo governo di Silvio Berlusconi lei non voleva il condono edilizio. Poi però la sanatoria si fece. E si fece pure il condono fiscale. E' solo un caso? «C'è una differenza. Il condono edilizio nel 1994 era stato promesso durante la campagna elettorale, anche e soprattutto dal mio partito. Comunque dichiarai in Consiglio dei ministri la mia contrarietà, ma non con la stessa forza di adesso, perché ero consapevole delle promesse elettorali fatte anche dal mio partito. Questa volta la situazione è diversa, il condono è diverso... Anche perché è cresciuta la coscienza ambientale del Paese». Ma, se questo è vero, che senso ha proporre al Paese un altro condono? «I conti pubblici sono quelli che sono e il condono nasce da questa esigenza. Resta la mia contrarietà. Ma ci tengo a dire una cosa. Il Consiglio dei ministri è un organo collegiale. Io ho partecipato e alla fine ho accettato questo testo. Lo dico perché non voglio nascondermi. A questo testo sono favorevole, ho la mia percentuale di responsabilità o di merito, a seconda dei punti di vista, come gli altri ministri». La maggioranza non ha da fare nessuna autocritica? «Non più di altre maggioranze. Quando ci sono state difficoltà simili, al condono hanno fatto ricorso tutti i governi. Perché quando servono soldi ha un fascino irresistibile. Anche se pochi dicono che il condono edilizio, in realtà, rende molto meno di quello che si crede». Quanto, di meno? «Secondo i miei calcoli almeno il 35. Più di un terzo dell'incasso del condono viene speso dallo Stato per riscuotere il condono stesso. E non è un dato da poco».