Palazzi storici e nobiliari di una grande città o di un piccolo borgo contadino. Carceri. Castelli e masserie. Antiche dimore o solo vecchi edifici pubblici. L'elenco degli immobili di proprietà pubblica destinati a passare l'esame della patente «dell'interesse artistico, storico, archeologico o etnoantropologico» per stabilire la loro «vendibilità» potrebbe essere molto lungo. Ma per capire se l'operazione sarà rapida, come vorrebbe il governo, oppure più accurata e laboriosa, come invece chiede l'opposizione, bisognerà vedere che fine farà l'emendamento al decretone presentato a sorpresa dal relatore di maggioranza, Ivo Tarolli, che prevede il silenzio-assenso delle Sovrintendenze per avere il primo via libera alla cessione del bene. Dopo l'altolà del ministro dei Beni culturali, Giuliano Urbani (che pure secondo le disposizioni del decretone ha in mano il timone dell'intero procedimento), la questione si è complicata. Tanto che l'emendamento potrebbe essere anche limitato alle sole dimore storiche dei privati, magari di sangue blu, desiderosi di scrollarsi di dosso senza troppe complicazioni, e in presenza di un condono edilizio, i vincoli delle Sovrintendente. L'allarme lanciato dai Verdi e l'impegno di Urbani a «non svendere il patrimonio storico» non sono esagerati. La verifica delle caratteristiche artistiche, storiche e culturali dei palazzi pubblici è propedeutica alla loro vendita, sempre stando alle norme sulla cessione dei beni pubblici contenute nel decretone sotto il cappello del condono edilizio. Il prevedere il silenzio-assenso dopo il termine di 30 giorni potrebbe equivalere, visti i tempi della burocrazia, a una verifica automatica e non di merito da parte delle Sovrintendenze competenti. «Significherebbe azzerare la tutela del patrimonio storico e culturale. Non si può rinunciare al controllo nel merito, caso per caso. Il problema non è trasferire ai privati alcuni beni pubblici, che in qualche caso potrebbe anche non essere negativo, ma controllare che non vengano svenduti» afferma l'ex ministro diessino Giovanna Melandri che imputa al suo successore Urbani la drastica riduzione di risorse destinate ai restauri e alla valorizzazione delle cose artistiche. Anche senza l'emendamento, comunque, le procedure per rinnovare la «patente» di bene con valore artistico, storico e culturale e quindi per stabilire una volta per tutte i vincoli del ministero guidato da Urbani, resteranno in piedi. L'obiettivo del governo è quello di completare così il censimento del patrimonio pubblico ma anche e soprattutto di far cassa. E' quindi probabile che nella lista che l'Agenzia del demanio trasmetterà alla Sovrintendenza regionale per la verifica vengano inseriti i beni più facilmente e rapidamente vendibili. Cioè quelli non del demanio, ma del patrimonio disponibile. Quelli meno prestigiosi e utilizzabili con meno costi di ristrutturazione. Le masserie o i casali, por esempio. Oppure le carceri o le caserme storiche. E i palazzi di pregio. Ma, soprattutto, gli edifici semplicemente «anziani», perché la Sovrintendenza vigila su tutti gli immobili pubblici «over 50».