Costretti dai bilanci sempre più duri da far quadrare e dai vincoli burocratici, i privati lasciano i musei statali. Succede soprattutto nelle realtà di provincia, dove i visitatori non fanno grandi numeri e gli oneri sono eccessivi. Ma accade anche a Roma, dove la francese Reunions des musèes nationaux (Rmn) ha deciso di mollare. Il prossimo febbraio lascerà la biglietteria della Galleria nazionale d'arte moderna (Gnam) e a maggio la libreria dello stesso museo. La Rmn gestisce da otto anni il bookshop della Gnam e da quattro la biglietteria. Potrebbe, come prevede la legge Ronchey che ha aperto i luoghi d'arte alla gestione privata, rinnovare i contratti di concessione con lo Stato. Invece ha deciso di gettare la spugna. «Impossibile continuare commenta amareggiata Sandrine Mini, rappresentante in Italia della Rmn . Nel '99 la Gnam aveva 200mila visitatori, oggi ne ha lOOmila. Mancano i custodi e le sale vengono aperte a orari alterni. E il biglietto, che normalmente costa 6,50 euro, è ridotto della metà: 3,25 per chi entra al mattino o al pomeriggio. I nostri bilanci ne risentono: accusiamo una perdita netta mensile complessiva di 20mila euro. Oltretutto, le nostre proposte per incrementare le visite non sono mai state accolte. Abbiamo più volte denunciato questa situazione. Niente è cambiato. Non resta che lasciare la Gnam». Ma non è il solo caso. Zètema, la società che gestisce i Musei capitolini, ha rinunciato alla concessione dei Castelli della Puglia e Novamusa, coinvolta in diversi musei tra cui quello di Reggio Calabria, sta valutando il da farsi. A queste condizioni, però, i concessionari sono decisi a non rinnovare i contratti. Almeno quelli delle realtà culturali dove i visitatori sono pochi e le condizioni di lavoro più difficili. «Il fatto è spiega Patrizia Asproni, presidente di Confcultura, l'associazione che riunisce i gestori dei servizi nei luoghi d'arte (tra cui Giunti, Elemond-Mondadori, Arethusa, Novamusa, Electa, Rnm, Civita-Zetèma) che l'attuale sistema è rigido e burocratizzato. Manca la flessibilità per consentire ai privati di lavorare puntando, quanto meno, a bilanci in pareggio». Ma, come spiega Guido Savarese, amministratore delegato di Electa Napoli, anche la gestione di poli di grande richiamo non è facile. Electa, insieme ad altre aziende, ha la concessione dei servizi del polo museale partenopeo, a cui fa capo il museo di Capodimonte, e di quelli del sistema archeologico di Napoli e Caserta. «Eppure afferma Savarese il bilancio consortile 2002 di entrambe le gestioni presenta una perdita di 80mila euro. Anche se, nel dettaglio, ci sono poi situazioni in attivo e altre che registrano difficoltà». La situazione ha del paradossale, perché il ministro dei Beni culturali, Giuliano Urbani, predica da sempre un maggior peso dell'iniziativa privata nella cultura: va in questo senso una norma inserita nella Finanziaria per il 2002 e rimasta inattuata per la mancanza del regolamento. Alle intenzioni del ministro, però, i concessionari rispondono facendo le valigie. A meno che non venga rivisto l'attuale sistema, se non altro per le realtà al di sotto dei lOOmila visitatori l'anno. Per le quali Confcultura ha proposto di portare al 50 l'aggio che i concessionari percepiscono sugli incassi della biglietteria, di introdurre una rendicontazione semestrale (oggi gli introiti dei biglietti vanno versati allo Stato entro cinque giorni dall'incasso), di prevedere una base d'asta del 50 nei nuovi bandi di gara per il servizio di biglietteria. E tutto scritto in una lettera spedita a Urbani, che, però, non ha ancora risposto.