«Questa strada Toleda è di larghezza di sei canne, di lunghezza di mille e tutta siliciata nel mezzo, e dalle bande tutta ammattonata, ed appalazzata tutta egualmente, con finestre dintaglio delle medesima fattura ed altezza. Ha tutte botteghe sotto, piene di ogni sorte di maestranze. E tale in effetto è questa strada, che non ne ha lItalia unaltra simile». Così Vincenzo Di Giovanni descriveva intorno al 1627 la via Toledo, il Cassaro, nella sua opera rimasta manoscritta "Del Palermo Restaurato", pubblicata poi a cura di Gioacchino Di Marzo soltanto nel 1872 (riedita da Sellerio nel 1989). E, per una volta, lorgoglio municipale e laccento encomiastico che infiorano la prosa di tanti cronisti locali non erano del tutto ingiustificati. A quella data, la strada Toledo, così denominata in onore del viceré Garsia Toledo che nel secondo scorcio del Cinquecento promosse lampliamento dellantico asse che bipartiva Palermo sin dalla pianta fenicia, si presentava come una delle arterie più sontuose e scenografiche dEuropa, il frutto di una prassi urbanistica in cui si rispecchiava lideologia dellassolutismo del tempo. Le memorie del Cassaro raccontano la parabola della città: dagli splendori barocchi allo smog Nata nel Cinquecento come via Toledo fu il teatro urbano di feste e cerimonie Anche i restauri più recenti come la cattedrale e Palazzo Riso ormai sono corrosi dai gas di scarico Dopo il 1581 lasse viario divenne uno sfarzoso sistema di segni celebrativi della monarchia spagnola Le cavalcate e i cortei del Seicento gli assalti garibaldini e le bombe del 43 Nel 1995 lesperimento dellisola pedonale che durò poco SERGIO TROISI (segue dalla prima di cronaca) Prolungato in due riprese - la prima volta nel 1568 sino al Piano della Marina, la seconda nel 1581 sino alla nuova Strada Colonna - , rettificato così da allineare gli edifici regolarizzandone orientamento e altezza, ampliato e sensibilmente deviato rispetto al tracciato originario che conduceva sino al Piano di SantAntonino, il nuovo Cassaro ordiva così, nella successione di piazze, statue, chiese e palazzi nobiliari, uno sfarzoso e ridondante sistema di segni celebrativi del potere della monarchia spagnola: dalla Porta Nuova eretta in onore di Carlo V in omaggio alla presa di Tunisi alla spazialità vuotata del Piano del Palazzo, sgomberato di edifici anche di pregio per essere adibita a plaza des armas, con la sede viceregia difesa dai bastioni rivolti verso la città e lapparato monumentale di Filippo IV; dalla statua dellimperatore innalzata nel Largo dei Bologna alla grande macchina teatrale dei Quattro Canti, sino al Piano della Marina, sede di giostre e di autodafè adesso inglobato nel ferreo dispiegarsi di emblemi e parzialmente privato della sua vocazione commerciale. In misura ben maggiore rispetto al suo prototipo napoletano iniziato nel 1536 - la prima Strada Toledo - i modelli urbanistici del manierismo e quelli incipienti del barocco trovavano così nella ambiziosa realizzazione palermitana una magnifica saldatura, enfatizzata dal cannocchiale prospettico da Porta Nuova a Porta Felice accelerato dal dislivello di 28 metri. Nella rifondazione spagnola della città di cui il completo ridisegno del Cassaro costituiva la spina dorale, dellantica Simat punica - il tracciato longitudinale dellimpianto a pettine su cui si era organizzata parte della città medievale - rimaneva quindi ben poco. Per una di quelle non rare complicità involontarie della storia, una tale operazione di tabula rasa rispetto alla città dei traffici e delle maestranze sarebbe stata ribadita dalla prima pianta a stampa di Palermo: quella incisa da Natale Bonifazio su disegno di Orazio Maiocchi nel 1580, ripresa lanno successivo da Joris Hoefnagel per il celebre e diffusissimo "Civitates Orbis Terrarum" di Braun e Hogenberg, che mostra il nuovo Cassaro prolungato ancora soltanto sino alla Marina, ma già graficamente nitido, simile a un bisturi affondato a sezionare e dividere i tessuti degli antichi quartieri. Nulla di ugualmente attendibile e particolareggiato ci è giunto del precedente assetto urbano. La funzione cerimoniale e politica del Cassaro rifondato era del resto sontuosamente esplicitata in occasione delle numerose festività, civili e religiose (non a caso il Festino in onore di Santa Rosalia coniuga, inestricabilmente, entrambi gli aspetti) quando la strada era percorsa da cortei e cavalcate, e le facciate dei palazzi nobiliari addobbate con apparati effimeri (puntualmente tramandati dalle incisioni dellepoca) il cui erudito linguaggio figurato amplificava in una ininterrotta variazione di immagini quello delle mostre marmoree (come quella su disegno di Paolo Amato che celebra la pavimentazione del Cassaro, che ancora campeggia sulla facciata dellodierna Biblioteca centrale della Regione Sicilia), dei prospetti delle chiese, dei portali, delle insegne di conventi e monasteri. Una strada - teatro, insomma, come si addiceva alla società barocca, ancora oggi coerente nonostante gli stravolgimenti e le distruzioni: demoliti i conventi dei SettAngeli e di Santa Caterina dopo i danni riportati durante le giornate di battaglia per lingresso di Garibaldi a Palermo, interrotta la continuità delle cortine edilizie con il taglio della via Roma, le distruzioni più ingenti sono state causate dai bombardamenti del 43. Ridotti a moncherini sono Palazzo Papè di Valdina e Palazzo Geraci, di Palazzo Belmonte Riso sopravvive poco più della facciata, per citare soltanto alcuni degli esempi più noti. Ma la vicenda quanto mai annosa delle mancate ricostruzioni è soltanto uno degli aspetti dellattuale condizione di degrado in cui versa una delle strade un tempo più belle dEuropa: quello che manca è, a tuttoggi, qualsiasi indicazione concreta di recupero e di valorizzazione. Da quando, nellautunno del 95, lamministrazione Orlando promosse la chiusura del Cassaro il sabato sera - e la strada fu invasa da una folla festosa che riscopriva il centro sorpresa da come la città potesse essere vissuta in modo differente - nessuna iniziativa è stata varata per sottrarre alloblio dellincuria lasse monumentale di Palermo. Anche quella misura durò del resto pochi mesi, e i riflettori si accesero presto altrove. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: corrose dal monossido di carbonio le architetture, irrisi da una coltre di sporcizia anche i restauri più recenti (il timpano del portico meridionale della Cattedrale, le facciate della chiesa del Salvatore e di Palazzo Belmonte - Riso, i Quattro Canti), il Cassaro agonizza nellignavia, nel rumore e nella puzza che stordiscono le file dei turisti e che rendono praticamente illeggibili lunitarietà straordinaria dei valori urbanistici e architettonici. Col primato, davvero poco invidiabile, che corso Vittorio Emanuele II è oggi probabilmente lunica strada di tale rilevanza storica e artistica caparbiamente usata per il traffico veicolare, a dispetto di ogni studio sulla fruibilità urbana, sulla valorizzazione dei monumenti e del semplice buon senso. Altrove, le strade di simile importanza sono state da tempo rese pedonali: in Europa naturalmente ma anche in Italia (come la via Garibaldi a Genova, giusto per citare una strada che ha alcuni caratteri storici analoghi al Cassaro palermitano) e in Sicilia: chiuse al traffico sono lantica Rua Grande a Trapani (oggi Corso Vittorio Emanuele), la via XI Maggio a Marsala, parte della via Etnea a Catania, una larga fetta di Ortigia a Siracusa, con effetti positivi non soltanto sulla tutela dei beni artistici ma anche sullindotto turistico e sugli stessi esercizi commerciali. Non sarebbe difficile ipotizzare una simile politica anche per Palermo: la pedonalizzazione del Cassaro da Porta Nuova almeno sino a via Roma, una nuova pavimentazione, una illuminazione accurata, un piano di decoro urbano con incentivi per i privati. Misure semplici da attuare in parallelo a un piano di restauri, quasi ovunque messe in opera grazie a una cultura della città che da noi incontra ancora troppe resistenze a differenti livelli (incluso quello politico e amministrativo) ma che non ha alternative. A meno di accettare come ineluttabile la perdita definitiva del comune patrimonio di memoria.