Tornare in Sicilia dopo una lunga assenza è come rientrare dallestero, ammesso che questa parola abbia ancora un senso in un mondo globalizzato e percorribile low cost, soprattutto nella nostra Europa divenuta ormai una piccola area del mondo a moneta unica. Eppure fra Italia e Sicilia si può forse ancora parlare di "estero", tale e tanta è la distanza fra le problematiche che impegnano la comunità nazionale da un lato e la regione dallaltro. Qui infatti sembra di essere su un altro pianeta, in cui le questioni italiane, che pure sono grandi come macigni e non mancano ovviamente di far sentire anche da noi tutto il loro peso negativo, appaiono lontane. Lontane, sconosciute e poco interessanti per lopinione pubblica (o perlomeno per quella espressa dalle poche voci di stampa), per i politici, per la gente comune. La Sicilia sembrerebbe non far parte dellItalia. Essa infatti non partecipa ai dibattiti che attanagliano il Paese in questo difficilissimo momento, non ha voce in capitolo né esprime voci di personalità in grado, se non di incidere, quanto meno di farsi ascoltare nel talvolta assordante e confuso dibattito nazionale. Insomma, due mondi lontani che non si parlano e non si capiscono. Sembra quasi di rievocare settantanni dopo il famigerato manifesto del generale Roatta che nel 1943 prometteva ai «siciliani» limpegno delle truppe «italiane» e germaniche a difesa dellIsola. Sappiamo tutti come finì. Mai come ora lItalia appare divisa in due, con una parte più ricca, avanzata e inserita in Europa, che produce, esporta e consuma, e unaltra parte, il Sud e la Sicilia, che non produce ma consuma soltanto, appesantendo fra laltro con le importazioni i conti del Paese. Leconomia in Sicilia sembrerebbe quasi scomparsa, talmente ridotta è la quota delle attività produttive e la stessa presenza degli imprenditori nella realtà sociale dellIsola. Sono recenti le notizie che riguardano il commercio a Palermo e credo anche in altre grandi città dellIsola. Taluni grandi marchi, anche prestigiosi, vanno scomparendo, lasciando locali e fette di mercato a grandi catene internazionali che vengono a insediarsi, consapevoli che, comunque vadano le cose, il livello della domanda in Sicilia non potrà cadere oltre un certo limite. Del resto la storia del Mezzogiorno nel secondo Dopoguerra è interamente percorsa dalla vicenda delle politiche pubbliche attivate per ridurre il divario di reddito fra le due Italie, politiche che a partire da un certo momento (grosso modo la metà degli anni Settanta) hanno cominciato a generare assistenza e quindi a dar luogo a una domanda aggregata sostanzialmente drogata e finanziata col danaro pubblico. Questo tempo è finito, lintervento straordinario si è ormai da tempo concluso, ma esso è stato in parte sostituito dai fondi europei che continuano a essere gestiti in maniera irrazionale, quando non clientelare. Cè quindi un effetto di sostituzione fra marchi del commercio locale e grandi brand internazionali. Si dirà: ma era inevitabile, è successo per le banche, succederà anche nel commercio, è anche questo uno degli effetti delleuro. Certo è però che il tessuto imprenditoriale locale si va impoverendo sempre più, mentre molti preferiscono cedere lattività piuttosto che pagare il pizzo. Naturalmente cè da mettere nel conto che non sono mancati errori imprenditoriali, carenze di coraggio e di capacità di innovazione, in sostanza di adattamento alle nuove condizioni del mercato cambiato negli ultimi ventanni in maniera addirittura tumultuosa. Il fatto è che lItalia è messa male, è in ritardo sulla produttività, sulla competitività, sulla libertà economica, nel funzionamento dei sottosistemi (sanità, trasporti, giustizia, istruzione, formazione). Di fronte a una simile massa di problemi è del tutto evidente che la parte più debole del Paese, Sicilia in testa, soffra maggiormente degli stessi mali e faccia registrare record negativi di ogni tipo. Ora però la Sicilia, con tutto il resto del Paese, si trova davanti a unoccasione politica davvero unica. Non usiamo il termine «storica» per evitare di fare retorica, ma non cè dubbio che la costruzione del Partito democratico costituisce un elemento fortemente innovativo nella realtà politica del Paese e crea loccasione per dar vita a un nuovo soggetto che, finalmente libero da impacci ideologici, faccia veramente le riforme di cui il Paese ha bisogno con impegno e con spirito innovativo. Ma lobiezione si sente già da molte parti: questa stessa fase di preparazione delle primarie di ottobre ha sofferto e soffre dei vecchi vizi della politica, che certo non possono essere spazzati in un giorno né eliminati dalle invettive di Beppe Grillo. La politica rinnova sé stessa, o almeno ci prova, ed è certamente una scommessa difficile che anche noi dalla Sicilia abbiamo il dovere di rendere possibile. Cè infatti un primo dovere dei siciliani di presentare per loccasione liste di persone assolutamente limpide, trasparenti e coerenti, persone che hanno vissuto finora del proprio lavoro e che siano generosamente disposte a impegnarsi in questa fase. La Sicilia, più di ogni altra regione, ha di fronte a sé una questione morale grossa come un macigno: quella dei rapporti con la mafia. E ha quindi il dovere di fare al proprio interno una radicale pulizia per presentarsi agli appuntamenti nazionali in maniera credibile. Daltra parte esiste anche il dovere per i vertici del nuovo partito di svolgere anchessi una funzione di severa vigilanza affinché proprio questa difficile regione, più difficile di altre, si presenti allappuntamento nazionale del Partito democratico con le carte in regola. Non entro nel merito delle questioni di cui si parla in questi giorni né tanto meno dei personalismi che poco interessano la gente. Dico solo che in Sicilia e dalla Sicilia deve partire questa volta un segnale di nettezza, di pulizia e di rigore nello scrutinare i curriculum di quanti aspirano a ruoli di comando nel nuovo partito.
SICILIA - la scommessa in nome della pulizia
La Sicilia è divisa da quella che sembra essere una "Italia" più ricca e avanzata, che produce, esporta e consuma, mentre il Sud e la Sicilia sono in difficoltà economiche e consumano più di quanto producano. L'economia in Sicilia è ridotta e la presenza degli imprenditori è scarsa. I grandi marchi stanno scomparendo e le grandi catene internazionali stanno prendendo il loro posto. La storia del Mezzogiorno nel secondo Dopoguerra è stata segnata dalle politiche pubbliche che hanno ridotto il divario di reddito, ma queste politiche sono state interrotte e sostituite dai fondi europei gestiti in maniera irrazionale.
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo