«Accetta questa modesta urna per i culti divini e a te diretta con animo devoto dai tuoi (fedeli). I nostri nomi a te ... chiediamo ti siano noti. Ciò tuttavia viene richiesto come sana cautela. Giustamente io sono Mauro perchè sono stato dedito a cose nere. Mi segue la famiglia con ... Perdona i nostri peccati e dacci la corona celeste». A leggere questa iscrizione incisa nell'avorio ben milleventisette anni fa si prova un'emozione grandissima mista a pudore nel violare, sia pure a distanza di secoli, il tormentato cammino spirituale di Mauro de Maurone Comite che, da ricco e potente mercante amalfitano, decise di farsi monaco benedettino. La sua vicenda intima e privata è tutta racchiusa in questa breve scritta che campeggia sulla cassetta eburnea da lui donata, negli anni Settanta dell'XI secolo, alla badia di Farfa. Invoca il perdono divino per sè e per i suoi figli Mauro e chiede l'intercessione della Vergine giocando proprio sul suo nome "Maurus" che in qualche modo equivale a "moro", nero, cattivo, peccatore. La raffinata urna, proveniente dall'abbazia laziale, è esposta nei laboratori di restauro del museo diocesano di Salerno (fino al 30 settembre, visite guidate tutti i giorni dalle 9 alle 13, il pomeriggio ed i festivi su prenotazione allo 089 2573227). L'ammireremo nell'originario splendore, al termine del difficile lavoro di recupero che sta completando in questi giorni la soprintendenza per i beni artistici e storici di Salerno, in occasione della mostra «L'enigma degli avori medioevali. Da Amalfi a Salerno», curata da Ferdinando Bologna ed in programma per il 20 dicembre di quest'anno. Un'esposizione temporanea voluta dal soprintendente Zampino eccezionalmente per le celebrazioni del Santo Patrono Matteo. Ed è un ulteriore stimolo per visitare il museo diocesano ed il suo tesoro più prezioso, ovvero il ciclo eburneo costituito da ben se sessantasette tavolette d'avorio che raccontano, con quell'affabulazione che sa dare solo la grande arte, le storie del Vecchio e del Nuovo Testamento. È un insieme di bassorilievi, appartenenti ad un arredo liturgico del duomo di funzione e destinazione tuttora discusse, che viene considerato dagli studiosi di tutto il mondo come uno dei capolavori più significativi del Medioevo. Finora è stato un giallo sulla loro realizzazione, ma è stato proprio il restauro della Cassetta di Farfa, di epoca sicuramente più antica, a rivelarne la fabbricazione ad opera di botteghe amalfitane operanti a cavallo tra l'XI ed il XIII secolo.