Marco Tullio Cicerone? Un principe del Foro, uno scrittore eccellente, un filosofo egregio e pure un tipo che aveva le mani bucate. Infatti, sebbene si trovasse in precaria situazione economica, non si fece alcun problema quando si trattò di contrarre debiti per mezzo milione di sesterzi - più di seicentomila euro d'oggi - pur di arricchire la stanza da pranzo con un tavolo di legno di tuia (un albero che cresceva in Marocco), materiale che all'epoca era una sorta di termometro della raffinatezza e del gusto. Il fatto è che tutto quanto era straniero o arrivava da lontano a Roma o nelle città satelliti delle capitale, era di gran moda e i nuovi ricchi se ne disputavano l'acquisto a suon di milioni. Così a Pompei, nel I secolo dopo Cristo, giungeva di tutto e di più. E da ogni angolo del mondo allora conosciuto. La conferma viene dagli oggetti, dalle piante, dalle gioie, trovate durante gli scavi che saranno proposti nella mostra «Gli antichi Pompeiani e i confini dell'Impero». Organizzata dalla Soprintendenza archeologica, sarà visitabile da oggi al 4 novembre nell'Orto Botanico degli scavi e punterà a evidenziare traffici, terre raggiunte e prodotti importati dai viaggiatori pompeiani del I secolo dopo Cristo. La possibilità di essere una sorta di emporio multietnico alla città vesuviana derivava dalla sua posizione geografica capace di favorire sia i traffici marittimi sia quelli terrestri, con l'entroterra Nolano e Nucerino. Nelle sue botteghe, nei magazzini, ma anche nelle case dei comuni cittadini, sono state trovate testimonianze di oggetti originari del Nord Europa, dell'Asia, dell'Africa. Dal mar Baltico giungevano le preziose ambre, sotto forma di statuette già lavorate, oppure in materiale grezzo che poi sarebbe stato cesellato dagli orafi locali. Spesso, a fare quel commercio erano marinai della flotta militare o i legionari. Altri, portavano a casa materiali che in grado di stupire per colore, grandezza, forme particolari. «E il caso - sottolinea Annamaria Ciarallo, responsabile del laboratorio di ricerche archeobotaniche della Soprintendenza - di conchiglie che si trovavano solo nei mari orientali come la tridacna, la ciptera panterina o la pinctada, dalla cui lavorazione si otteneva la materia prima per la madreperla». Spesso, quei materiali, i cibi, o gli animali esotici - a Pompei è stato trovato anche uno scheletro di scimmietta - erano, a detta di Plinio il Vecchio, la scintilla capace di far scattare furiose litigate tra coniugi, che si rinfacciavano le spese pazze fatte dall'uno e dall'altra per assicurarseli. Dalle regioni mediorientali e dall'Africa arrivavano l'assafetida, usata in medicina per le proprietà sedative, la mirra, l'incenso, il cumino. Dall'Egitto giungevano marmi, erbe, droghe e dai paesi arabi delicatezze gastronomiche come i datteri di Gerico, i tartufi di Gerusalemme e le olive di Damasco. Dalle regioni dell'Asia, in particolare dalla Cina e dall'India, provenivano cotone e seta, l'aloe usato in medicina e in cosmesi, il cardamomo, il benzoino, la canfora, i chiodi di garofano, il sandalo, la noce moscata, la curcuma, la cannella e, naturalmente, il pepe. Insomma merci che quando arrivavano a Pompei prima stupivano e poi, una volta che se ne attivava il commercio, diventavano di uso comune. La mostra si snoda lungo un percorso dove c'è una selezione di piante ed alberi rari, tra cui il banano, il canforo, il laudano, palma di cocco, papiro vero. Propone tabelloni con descrizione particolareggiata dei prodotti in rassegna per arrivare, infine, alla visita di case e ambienti legati alla esposizione attraverso affreschi o decorazioni come la casa dei Cei, il Tempio di Iside e la cosiddetta Casa di Loreio Tiburtino.