"I politici pensano solo ai grandi eventi, dovrebbe entrare nelle scuole". Chiude MITO a Torino il 26 settembre con la Chicago Symphony Orchestra Nel 2008 Otello per la stagione di Roma «Con un giovane tenore dell'Est» «Terribile quel Prokofev. «Sì, terribile la Sinfonia n. 3, quella sui temi dell'Angelo di fuoco», spiega Riccardo Muti, che con la Chicago Symphony Orchestra mercoledì 26 settembre al Lingotto di Torino, prima tappa della tournée europea, porrà il sigillo di chiusura a MITO Settembre Musica. «Ha bisogno di un'orchestra di questa poderosità per esprimere il suo virtuosismo, la sua potenza sonora, le sue diversità timbriche. Alla diabolica terribilità della prima parte del concerto contrapporremo l'edonismo della seconda parte, colori e profumi di Spagna con il classicismo delle danze da El sombrero de tres picos di De Falla e l'impressionismo della Rapsodie Espagnole di Ravel». Gran successo dei concerti americani di Muti ai quali la Chicago Tribune ha dedicato lunghi articoli e recensioni. Grande attesa in Italia e in Europa per il ritorno della Chicago Symphony, l'ultima volta venuta nel 1981 con Georg Solti, e che ora con Muti ha avuto «un incontro fantastico». L'aveva diretta all'inizio della carriera, nei primi Anni 70. Poi si era legato per vent'anni all'Orchestra di Filadelfia. Adesso ha uno stretto rapporto con la Filarmonica di New York, che per due volte gli aveva chiesto di diventare il direttore principale. «Sono onorato di dirigere tre delle Cinque Grandi Sorelle, come negli Stati Uniti chiamano le orchestre di Filadelfia, Chicago, Boston, Cleveland e New York. Ma, in questo momento, niente vincoli. Preferisco essere libero di dirigere solo alcuni tra i maggiori complessi del mondo e di non dover più perdere il tempo a cercare di far studiare i passi o di mettere a posto l'intonazione, cosa che ho fatto per anni e anni della mia vita in Italia». La tournée ha una cifra speciale? «Il suono di questa orchestra fantastica: ancora si ascolterà la sua "voce" formata in maniera formidabile fa Fritz Reiner. Così come l'orchestra di Filadelfia porta ancora l'impronta di Leopold Stokowski, come l'orchestra di Cleveland quella di George Szell, come la Filarmonica di Vienna tramanda certe specifiche qualità di generazione in generazione. Con la Chicago Symphony toccheremo la Germania, la Francia, l'Inghilterra, Monaco, Parigi, Londra. È bello cominciare dall'Italia, da Torino». Che Italia vede da lontano? «Sono stato invitato a parlare all'Istituto Italiano di Cultura qui a Chicago. Mi è dispiaciuto dover constatare che nulla è cambiato, che sono stati vani quarant'anni di battaglie per diffondere da noi un'istruzione musicale. L'Italia continua a non darla nelle scuole. Ed è una preoccupazione, perché la musica è certamente una delle colonne portanti della storia d'Europa. Non riapriamo i nostri teatri, noi che ne abbiamo più di tutti al mondo: ogni città, ogni cittadina ne ha uno! E la loro chiusura fa male anche al teatro di prosa. Ne costruiscono di nuovi in Germania, in Giappone, e in modo vertiginoso in Cina, dove ci sono 30 milioni di pianisti, 15 milioni di violinisti. E stiamo parlando di un'enorme nazione fino a poco tempo fa lontanissima dalla nostra cultura musicale». Ne ha parlato con il ministro Rutelli? «È chiaro che un ministro da solo non può fare il miracolo. Intorno a un ministro c'è tutto un governo, intorno al governo, intorno alle istituzioni c'è tutta una società. Bisogna volere le cose, non aspettare che uno con la bacchetta magica risolva il problema. Siamo fermi in una specie di limbo. Per uscirne, occorrerebbero scossoni enormi. Varie caste impediscono questa cosa, quell'altra cosa. E siamo ancora un Paese in cui si corre all'evento, invece di considerare la musica pane quotidiano. Dovrebbe essere un diritto dei cittadini riceverla e un dovere da parte dei governanti darla». Preoccupato, anche deluso? «Ho combattuto in Italia, ma ora ho preso un po' le distanze dal mio Paese. A parte il Festival di Ravenna e l'Orchestra Cherubini che ha portato a cinque anni il suo legame con il Festival di Pentecoste a Salisburgo dedicato ai capolavori della scuola napoletana. E le quattro opere che ho promesso a Walter Veltroni di dirigere a Roma dal 2008 al 2011, un'opera l'anno. L'apertura del 2008 sarà con l'Otello di Verdi in coproduzione con il Festival di Salisburgo dove porto l'opera la prossima estate». Ci può dire il protagonista? «Non il nome, per ora. Punto su un giovane, come feci per il Falstqff con Ambrogio Maestri, fenomeno italiano. Questo Otello è un tenore dell'Est che mi sembra abbia le caratteristiche vocali e fisiche per fare questo ruolo. Che il Festival di Salisburgo faccia questa produzione con l'Opera di Roma mi pare un segnale internazionale piuttosto rimarchevole. A Salisburgo suonerà la Filarmonica di Vienna, a Roma ci saranno il coro e l'orchestra del Teatro dell'Opera: io non faccio invasioni di campo. Se vado a Roma voglio lavorare con quei complessi artistici e sono sicuro che avremo un lavoro molto fruttuoso». Il mondo musicale ha perduto Pavarotti e ricorda la Callas con molta nostalgia e con la sensazione che voci così non si ripetano. «Non leggo nel futuro. Certo, sono stati due voci inconfondibili. Questi doni nascono non frequentemente, la natura non abbonda di doni così preziosi». Maestro Muti, che ne è stato del suo appello per le bande musicali? «Sono centinaia, fanno vita grama, stanno morendo. Dall'800 in poi, per decenni e decenni, nelle piazze, hanno dato la possibilità alla gente di conoscere la musica. Se spariscono le bande, sparisce un'arteria importante della comunicazione musicale, soprattutto nei luoghi dove non esistono un teatro, un'orchestra. È un appello che ho lanciato più volte e che è sempre caduto nel vuoto. Insistiamo, chissà che proprio questa sia la volta che qualcuno ci ascolta».