POSITANO - Investire nel passato può garantire un futuro al sistema Italia. Specie in un paese come il nostro che possiede il 70 dei beni culturali mondiali e che potrebbe trasformare in un business colossale questo patrimonio in alternativa ad un modello di sviluppo industriale che ormai perde sempre più colpi. Una sfida ambiziosa, ma che - secondo quanto è emerso ieri al convegno al V Convegno nazionale dei giovani imprenditori dell'Ance di Positano ("Un futuro per il nostro passato: beni culturali e industria delle costruzioni"), ha un bisogno urgente di nuovi strumenti legislativi in materia urbanistica e fiscale, di buoni manager anche a livello locale e, soprattutto, di consistenti investimenti. Già, perché in quella che dovrebbe la prima potenza mondiale nel settore del turismo («Basti pensare - ha ricordato il direttore del Censis Giuseppe Roma - solo ai 9000 centri storici, 40.000 dimore storiche e 20.000 castelli, 1.300.000 abitazioni storiche che hanno visto aumentare di 21 miliardi di euro il fatturato del turismo culturale») si investe ancora poco per valorizzare il patrimonio artistico. «Il nostro Paese - ha ricordato il vice presidente del Comitato Giovani imprenditori edili Gennaro Vitale, nel suo intervento introduttivo - spende attualmente per la tutela dei beni culturali 2100 milioni di l'euro l'anno pari allo 0,17 del pii contro una media europea dello 0,50-1 ». Un gap drammatico rispetto ai nostri partner europei, considerando che, secondo una stima del ministero dei Beni Culturali e l'Associazione dimore storiche, a trovarsi in una situazione di sul fronte della tutela, sono più di 170.000 strutture, tra musei, palazzi, siti archeologici, chiese, e castelli. Un capitale di grandezza incalcolabile che in termini di Sistema Italia - ha rilevato Gianfranco Imperatori segretario generale dell'Associazione Civita - potrebbe trovare una risposta concreta, anche in termini di sinergie tra pubblico e privato, sul fronte dell'industria delle costruzioni. Un settore, rappresentato in forze a Positano con il presidente De Alberti» (che oggi concluderà il convegno) i vice-presidenti Vitale e Sette, e soprattutto tanti giovani imprenditori pronti ad impegnarsi nella formula cultura-impresa. Chiedendo però una serie di condizioni: maggiori infrastrutture a garanzia della delle fruibilità dei beni culturali; concessione ai privati a tempo determinato dei beni pubblici vincolati per consentirne restauro, valorizzazione e utilizzo; riordino della disciplina fiscale prevenendo a regime una detrazione fiscale del 5 delle spese per il recupero; riscoperta dei giacimenti culturali nascosti del Mezzogiorno anche per il rilancio dell'occupazione. Una strategia, quella dei costruttori, che parte da dati precisi. Il turismo culturale rappresenta oggi il 26 del totale dell'industria turistica nazionale e può contare su un fatturato annuo di 21 miliardi di euro. Dall'intervento sul 2 dell'edilizia abitativa storica non utilizzata, con un investimento per il restauro pari a 2,16 miliardi di euro, deriverebbe infine l'immissione nel circuito immobiliare "di pregio"di circa 24.000 nuovi alloggi con la creazione di 25.000 nuovi posti di lavoro.
Il vero business del Paese è nel recupero dei beni culturali
Il convegno al V Convegno nazionale dei giovani imprenditori dell'Ance di Positano ha discusso la possibilità di investire nel passato per garantire un futuro al sistema Italia. Il paese possiede il 70 dei beni culturali mondiali e potrebbe trasformare questo patrimonio in un business colossale. Tuttavia, ci sono bisogni urgenti di nuovi strumenti legislativi in materia urbanistica e fiscale, di buoni manager locali e di investimenti consistenti. Il turismo culturale rappresenta il 26% dell'industria turistica nazionale e può contare su un fatturato annuo di 21 miliardi di euro. Il restauro e la valorizzazione dei beni culturali potrebbero creare 25.000 nuovi posti di lavoro.
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