Perrone replica: "Ci fu donata dai brindisini perché il nostro protettore li aveva salvati dalla pestilenza. E poi dove mettiamo il santo?" "È giusto quindi che uno dei simboli della nostra città torni al proprio posto" Il sindaco Menniti: "È la gemella di quella che indicava la fine dellantica via Appia" Da quattrocento anni santOronzo veglia sui leccesi dallimponente colonna della piazza a lui dedicata. Diciotto metri di marmo bigio turco che tuttavia hanno una storia ancora più lunga, avventurosa e simbolica. La colonna faceva il paio con una gemella e, insieme, segnavano un limite fondamentale per lantichità: quello della via Appia. Un confine perfettamente visibile sul lungoporto di Brindisi, città che adesso rivuole la sua colonna. A chiederla, con garbo e ampio ragionamento, è il sindaco di Brindisi, Domenico Menniti. «Sul Reno ho avuto modo di guardare unantichissima carta dEuropa. Brindisi era uno dei pochissimi centri indicati e a rappresentarla cerano le due colonne dellAppia. È il nostro simbolo». Non solo. Dopo unassenza decennale, loriginale del capitello della colonna ancora brindisina è stato restaurato e allocato proprio ieri mattina allinterno della sala della Colonna nellex corte dassise di Brindisi. Di qui lidea, da parte di Menniti, di scrivere al sindaco leccese Paolo Perrone, convinto che «lo sviluppo di una città passa attraverso la cultura e che reinserire le opere nel tessuto in cui sono state prodotte è da considerarsi un diritto». Brindisi chiede a Lecce la restituzione della colonna romana, pertanto, «perché privata dellimmagine che ancora oggi continua a rappresentarla nel mondo». Colonne terminali della Via Appia che possono diventare un simbolo di ripartenza culturale, soprattutto considerando che Brindisi è inserita nel gruppo delle Città dacqua europee che stanno puntando il proprio sviluppo sul waterfront. Brindisi, variamente ferita nel corso degli ultimi decenni, vuole riavere la colonna «per poter garantire il reinserimento e, soprattutto, la giusta collocazione di opere memorabili nel loro contesto storico, così come avviene anche nel resto dEuropa». Sulla questione il sindaco Menniti trova conforto, peraltro, in un articolo firmato da Margherita Sarfatti sulla Stampa di Torino del 1937. La giornalista auspicava il ritorno della colonna a casa per restituire alla città il suo monumento. E come allepoca a bloccare loperazione fu il Consiglio superiore delle belle arti, oggi non appare particolarmente propenso il sindaco leccese Perrone. «La colonna fu un regalo dei brindisini per ringraziare il santo patrono di aver preservato tutto il Salento dalla peste. Chiedere la restituzione di un dono per grazia ricevuta è una scortesia». E se la storia non basterà, Perrone è pronto ad appellarsi allarticolo 1158 del codice civile in materia di effetti dellusucapione. Ironicamente promette di inviare a Menniti un catalogo delle bellezze storiche e architettoniche di Lecce, per permettergli di scegliere qualcosaltro al posto della colonna. Poi cè la questione santOronzo. «Non sapremmo proprio dove collocarlo». E, nonostante Menniti proponga ampia collaborazione per aiutarlo nella soluzione, Perrone definisce la richiesta «una martellata alle aspirazioni del Grande Salento». La guerra della colonna - con buona pace di Appio Claudio, che costruì le strade come ponti tra uomini - può dirsi dunque dichiarata.