Un convegno internazionale sul bosco e sulle sculture realizzate nel '500 da Pierfrancesco (Vicino) Orsini «AVEVANO GLI ORSINI sottoposta al Castello di Bomarzo una magnifica Villa, della quale, dalla loggia del Palazzo, osservavano le pittoresche delizie giochi magnifici d'acqua, peschiere, molte statue ed altri monumenti rilevati dagli enormi macigni di cui era ingombro quel suolo...». Lo stile letterario è quello ottocentesco di provincia,mail manoscritto di 100 pagine dell'archivio dei Principi Borghese è stato citato da Alberta Campitelli, responsabile delle 42 Ville storiche di Roma, nel suo intervento al Convegno Internazionale di Studi dedicato al «Sacro Bosco di Bomarzo», per dare un'idea dell'oblio toccato al grande sogno- architettonico, letterario, naturalistico - realizzato da Pierfrancesco (Vicino) Orsini a partire dal 1552, ed a cui aveva continuato a lavorare fino alla morte nel 1585. Giuseppe Marocco, l'autore del manoscritto mai pubblicato - lo regalò lui stesso al Principe Marcantonio Borghese che aveva acquisito nel 1836 dai Lante della Rovere il feudo orsiniano - cercava invano di sensibilizzare il nuovo proprietario, perché progettasse il recupero di «un luogo che, ben considerato, reca incantesimo, riunendo, fuor dal mare, tutto ciò che può offrire la misteriosa natura». Sarebbe sciocco pretendere oggi a quell'incantesimo? L'acqua è sparita dalle immaginose fontane di Vicino, il suo laghetto artificiale disseccato ospita le attrezzature inevitabili di un Parco giochi per picnic per bambini e folle di turisti giapponesi; ed è diventato parcheggio il Giardino di Verzura sottostante alla loggia del Palazzo, per fortuna ormai di proprietà comunale (ma il color vaniglia nella parte esterna già restaurata dello splendido complesso-fortezza che, per il resto, serba il grigio scuro della pietra locale, è indovinato?). Saltava comunque agli occhi la dicotomia tra lo stato delle cose e l'erudito convegno curato da Sabine Frommel, tenutosi dal 13 al 16 settembre, e che è stato fittissimo di abbaglianti relazioni: ed arricchito da un'agguerrita pattuglia di giovanissimi studiosi (e studiose) francesi, tedeschi e italiani. Non che i relatori non fossero consapevoli della situazione attuale del "Sacro Bosco", peraltro vincolato dallo Stato soltanto negli Anni Settanta! Tant'è vero che pensano di riunirsi al più presto per stilare un documento in cui siano tracciate le linee del restauro indispensabile al Boschetto tanto caro al suo autore. E tra gli interventi spiccava quello di Sofia Varoli Piazza, docente di Storia del Giardino dell'Università della Tuscia: il più impietoso nel segnalare i guasti, ma concreto nelle proposte. Da attuare, si spera, in sinergia tra lo Stato e la proprietà privata della famiglia Bettini: cui va riconosciuto il merito di aver salvato dalla distruzione il sogno di Vicino Orsini. L'iter tematico del Convegno è partito dalla biografia dello straordinario personaggio: di cui «l'amato Boschetto» è un preciso autoritratto. Quando egli orgogliosamente afferma che «Il Sacro Bosco somiglia solo a se stesso», sottintende «A me». Tant'è vero - e questa è l'ipotesi lumeggiata da Simonetta Valtieri, docente di restauro dell'Università di Reggio Calabria - che sia le sculture come il progetto complessivo della Villa sono «firmate » da Vicino Orsini. Unico autore dell'opera della sua vita. Anche Marcello Fagiolo concorda, nella sua relazione dal titolo «Vignola e Pirro Ligorio, idee per Bomarzo». Imparentato con i Farnese per il matrimonio con «l'amatissima Giulia» - che gli aveva portato 8000 scudi d'oro in dote - Vicino aveva sotto mano i maggiori talenti dell'epoca. Ma l'unico nome che salta fuori dalle carte è quello di Simone Moschino. «Modesto scultore, peggior architetto, ma ottimo disegnatore». Così lo ha definito Bruno Adorni (Università di Ferrara e di Parma). Adorni ritiene plausibile l'intervento di Moschino nella scultura dei Mostri. E d'altronde, almeno nella seconda fase della sua vita, quando, disgustato dal «massacro di Montefortino», l'Orsini decide di rinunciare alla carriera militare, egli lavorava con gusto «nel fango», fianco a fianco con i suoi muratori. C'è da credere dunque a Maurizio Calvesi, quando scrive: «Se l'esecuzione delle sculture è rozza, anche quella delle architetture (il tempietto, il falso rudere, il teatro, tuttavia impoverito nel tempo) non presenta particolari finezze; l'originalità va semmai cercata nelle invenzioni di Vicino». In quanto alle ricchissime interpretazioni del 'simbolico' delle sculture, spesso gigantesche, scolpite dentro la roccia o modellate nel peperino - e della celebre «Casetta pendente» che ad entrarci fa venire le vertigini - meglio aspettare la pubblicazione degli Atti del Convegno. Ne varrà la pena. (Diffidare dalle guide commerciali in vendita