Nella società in cui si affitta di tutto, dall'affetto degli animali all'opere d'arte, l'unico a non guadagnarci è lo Stato italiano, nonostante il patrimonio miliardario dei beni culturali. È di qualche settimana fa la notizia secondo cui la società americana Flexpetz (con sede a San Diego e Los Angeles) aprirà a novembre una filiale a Londra, proponendo l'originale "affitto" di cani per le esigenze affettive di aspiranti "padroni" che soffrono di solitudine, bimbi da vezzeggiare o fidanzati abbandonati. Che cosa c'entra l'Italia? C'entra eccome, perché l'idea dell'affitto di beni considerati "di lungo godimento" coinvolge pure le opere d'arte: lo insegna il Circle club di Milano che, stipulando una convenzione con la Monte Carlo Art gallery, ha lanciato per prima in Italia l'idea delle opere d'arte in affitto. I prezzi? Dall'1,5 per cento al 4,5 per cento del valore del bene, a seconda, ovviamente, dell'importanza dell'opera e dell'artista. Purchè si paghi, si può ottenere di tutto, da un Renoir a un Tintoretto. E per le esigenze più varie: un'esposizione, un ricevimento prestigioso o, più semplicemente, per "curarsi" dalla sindrome di Stendhal. Se la fantasia economica dei privati vola alto, l'arretratezza riguarda il ministero dei Beni culturali e i diversi enti pubblici che possiedono pezzi pregiati. La normativa non impedisce l'affitto. Allo scopo, il Codice del 2004 che regola la materia parla di "fruizione individuale". Sono due, però, gli ostacoli da superare. Il maggiore è rappresentato dalla mentalità conservatrice e gelosa dei soprintendenti, attentissimi alle esigenze della tutela, ma assolutamente avversi a quelle della valorizzazione economica e di una gestione redditizia dei beni esposti al pubblico. Ciò li induce a guardare con contrarietà a ogni soluzione capace di far affluire denaro nelle casse esangui dei propri uffici, se ciò presuppone l'ingresso dei privati nel circuito della gestione. L'altro ostacolo è di natura tecnica: i tariffari ministeriali sono vecchi e distanti dalla realtà economica del mercato dell'arte, con la conseguenza che pur volendo si ricaverebbe oggi poco o nulla dall'affitto di questi beni pubblici. Eppure, la locazione di opere d'arte sarebbe utilissima e per nulla scandalosa. Secondo le stime del 2005, i beni culturali italiani valgono quasi 17 miliardi di euro. Senza contare gli immobili (palazzi, castelli) per i quali non esiste ancora una valutazione precisa. Si sa soltanto che essi rendono molto di meno degli immobili privi di pregio storico-artistico. Si potrebbe cominciare ad affittare almeno i beni culturali non esposti al pubblico perché chiusi nei depositi per mancanza di spazi o di personale o perché copie di pezzi (si pensi ai reperti archeologici seriali): imponendo al conduttore l'obbligo della conservazione. In questo modo si garantirebbe anche una adeguata valorizzazione, spesso negata dallo stesso ente pubblico.