Ora è polemica sui criteri per ripopolarlo. Evitando sia il ghetto che i privilegi Dateo 5 torna casa popolare Ma vuol diventare un modello Nelle assegnazioni si cerca un "mix sociale sostenibile" Il palazzo in piazzale Dateo 5, dopo 18 anni di ristrutturazioni e ipotesi di vendita, tornerà a essere abitato. Il Comune, a cui il Consiglio di Stato ha impedito di venderlo, ora vuol farne una residenza modello. Una miniatura, ordinata in scale e pianerottoli, della società milanese come si vorrebbe. Luogo di mix sociale tra studenti e anziani, famiglie con reddito basso (sotto i 14mila euro lanno) e medio-basso (fino a 23mila). Maestri elementari con figli e giovani coppie di precari. Ogni inquilino dovrebbe pagare al Comune un affitto commisurato alle proprie disponibilità. La giunta comunale giovedì ha votato una delibera che dispone per il palazzo, 157 appartamenti di cui 122 ancora liberi (gli altri ospitano le famiglie che hanno perso la casa nello scoppio di via Lomellina) una «modalità di abitare sociale». Lassessore al Demanio Gianni Verga spiega: «Vogliamo evitare di farne una casa ghetto, uno studentato o un gerontocomio. Al piano terra sono previsti asilo nido, negozi e sedi del volontariato. Già cè un centro anziani». Ma dalla teoria alla pratica, non sarà un percorso semplice. La delibera deve passare in consiglio, e lopposizione è critica. Carmela Rozza, consigliera dellUlivo, avvisa: «Presenteremo un emendamento. Il progetto di Verga è teorico, dica come sceglierà gli inquilini: esistono liste di famiglie in attesa di una casa popolare, le richieste a Milano sono 15mila». La proposta di Rozza: un terzo degli appartamenti agli anziani sfrattati, un terzo alle coppie con reddito medio-basso, un terzo a studenti. Passato il voto del consiglio, Verga presenterà un piano attuativo, scritto a sei mani con Tiziana Maiolo (Attività Produttive) e Mariolina Moioli (Politiche Sociali). Verga è ottimista: «Entro due mesi potremmo consegnare le chiavi alle prime famiglie». A meno che dai sindacati degli inquilini Sunia e Sicet, non partano nuovi ricorsi al Tar. Oggi nel mastodonte liberty di piazzale Dateo gli unici abitanti sono le 35 famiglie scampate al disastro di via Lomellina. Sono lì da gennaio, ci resteranno il tempo di ricostruire le case danneggiate. Tempo previsto, due anni. Limite che nessuno vive con serenità: è troppo per chi aveva una casa propria e ora è costretto a pagare laffitto. Poco per chi in Lomellina viveva in affitto. Gaetano Colomarini, pompiere 40enne, spendeva 800 euro al mese, quanto paga ora al trimestre. A Gaetano il progetto di "mix sociale" di Verga non dispiace, purché includa anche la sua famiglia. Fra gli sfollati trasferiti in Dateo ci sono anche quattro famiglie straniere: una tedesca, due egiziane e quella di Anacito Gaba, filippino, 42 anni, figlio di 18 e moglie a carico. Il condominio misto gli piace «a patto che non si riempia di soli stranieri, la situazione sarebbe ingovernabile». E dà innocentemente voce a una preoccupazione che già aleggia nei bar e nelle portinerie. Chi senzaltro tornerà nel palazzo sono i negozianti trasferiti nel 1989, in via eccezionale e provvisoria, in un prefabbricato in corso Indipendenza. Dei 14 esercizi che lo stabile ospitava, cinque nel frattempo hanno chiuso o sono falliti: una lavanderia, un mercatino dei libri, uno spazio espositivo. Gli altri nove hanno in corso un braccio di ferro con il Comune iniziato nel 90. Il cartolaio Giancarlo Rizzo non ha dubbi: «Voglio pagare quello che pagavo nel 1989». Ma ora la zona per gli agenti immobiliari è la «Notting Hill di Milano». In via Goldoni come in via Nullo si pagano almeno 6mila euro al metro quadro. E per affittarne 70, non ce la si cava con meno di 1200 euro al mese. A rivendicare una casa in Dateo ci sarebbero infine le 215 famiglie che, con contratti equo canone, abitavano nel palazzo fino al 1989 e che il Comune ha spostato a Niguarda, Gallaratese, Rogoredo. Dei vecchi residenti, 44 hanno espresso volontà di riavere la propria casa. Giacomo Di Filippo, 61 anni, inquilino storico, è fra questi: «Cinque anni fa il Comune ci ha chiesto se rivolevamo la nostra casa, ho risposto di sì. Vivevo lì negli anni 80, quando il caseggiato era invaso da spacciatori nordafricani». Quella del palazzone di Dateo 5 è infatti una storia complessa. Nei primi anni '80, prima di essere occupato da magrebini, il palazzo era abitato dagli immigrati recenti di allora, soprattutto calabresi e qualche volta in odor di clan. Prima, nei '70 usato come magazzino dai fruttivendoli ambulanti milanesi e cremonesi del mercatino di via dei Mille. Prima ancora, durante la guerra, i solai comunicanti del casermone nascondevano soldati imboscati, grano a borsa nera e armi. Se davvero oggi diventasse un laboratorio sociale di convivenza possibile, sarebbe un bel finale.
IMMOBILI - MILANO - Il Comune voleva vendere. Una sentenza lha impedito.
Il Comune di Milano ha deciso di trasformare il palazzo di piazzale Dateo 5, dopo 18 anni di ristrutturazioni e ipotesi di vendita, in una residenza modello. Il palazzo, che ospita attualmente 35 famiglie sfollate, sarà suddiviso in appartamenti di diverse dimensioni e prevede un "mix sociale" tra studenti, anziani, famiglie con reddito basso e medio-basso, e maestri elementari con figli. Ogni inquilino dovrà pagare un affitto commisurato alle proprie disponibilità. La delibera deve passare in consiglio e l'opposizione è critica. Il sindaco Gianni Verga vuole evitare di farne una casa ghetto, uno studentato o un gerontocomio.
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