Forse non sono un buon ambientalista. Di certo so leggere un documento o qualsiasi testo scritto. Sono rimasto perciò sconcertato dal clamore interpretativo suscitato, allinizio dellestate dal parere espresso dal ministero dei Beni Culturali in merito al completamento dellautostrada A 12 nel tratto Cecina-Civitavecchia (noto come «il corridoio tirrenico»). II testo, infatti, è di una chiarezza esemplare. Conviene forse, per chiarirsi le idee, ricominciare la discussione da lì. Il testo dice due cose, strettamente correlate: «1) Esprime parere tecnico favorevole sul tratto Cecina-Grosseto sud (pur sottoponendolo a un lungo elenco di prescrizioni specifiche); mentre 2), poiché il tracciato Grosseto Sud - Civitavecchia prefigura impegni, di nuove aree territoriali e ulteriori delicate trasformazioni del paesaggio, il progetto definitivo andrà qualificato nel senso di ridurre al minino lincidenza sui valori paesaggistici e reso integralmente compatibile con le istanze di tutela». Dunque riassumendo: il tratto Cecina-Grosseto sud si può fare; il tratto Grosseto sud-Civitavecchia alle condizioni attuali non si può fare. Punto e basta. Il ministero dei Beni Culturali non dice di più, perché, immagino, non poteva dire di più. La parola torna alle parti. Non nascondo che (ma qui, desidero precisarlo per i poco intendenti, comincia la parte interpretativa), se si vuole un progetto destinato a «ridurre al minimo lincidenza sui valori paesaggistici» e «reso integralmente compatibile con le istanze di tutela» («al minimo...»; «integralmente...»), il pensiero non può non tornare allipotesi di messa a norma dellAurelia, sostenuta dallAnas e poi inesplicabilmente abbandonata qualche anno fa dalla Regione Toscana. Quale progetto più «compatibile con le esigenze di tutela», di quello che utilizza, perfeziona e migliora un tracciato già esistente, invece di affiancargliene un altro ovviamente distruttivo? Si dice: la questione è di competenza pressoché esclusiva del ministero delle Infrastrutture. Ne dubito (visto che il parere dei Beni Culturali è stato autorevolmente emesso). Ma ammesso che sia, non posso pensare che un ministro abituato a discernere il giusto dallingiusto come Antonio Di Pietro, sia disposto a sancire una così palmare ingiustizia. Certo, il giorno in cui il Codice avrà assunto le nozioni di «assassinio ecologico» e di «lesioni gravi ambientali», tutto sarà più chiaro e sarà più facile discernere e giudicare. Ma già oggi levidenza delle cose non lascia spazio né ad equivoci né ad abbagli. Comunque, il senso di questo mio intervento, - oltre a chiarire un punto di partenza difficilmente rinunciabile (il parere dei Beni Culturali, appunto, su cui le polemiche hanno steso una cortina fumogena), - è di tentare di proporre una via procedurale che ci consenta di arrivare in tempi non storici alla conclusione del lungo e defatigante processo (perché, anche su questo son daccordo con il ministero, ad una conclusione bisogna arrivare, purché, come dice il ministero, «integralmente compatibile con le istanze di tutela»). Penso che si debbano evitare al massimo gli accordi sottobanco e qualsivoglia tipo dinciucio. Proporrei perciò che la trattativa, - perché duna trattativa vera e propria si tratta, tecnica, ma anche politica e culturale, - avvenga totalmente alla luce del sole. Come? Costituendo un tavolo cui partecipino i ministeri competenti (Beni Culturali, Ambiente e Infrastrutture), le Regioni interessate (Toscana e Lazio), rappresentanze delle istituzioni locali e le associazioni ambientaliste, che da anni si battono contro una «cattiva» soluzione ma al tempo stesso per una «buona» soluzione. O non si parla sempre più spesso in Toscana e altrove di partecipazione democratica? Invece di aspettarcela dalle leggi, mettiamola in atto in casi concreti, tanto più se, come in questo caso, di enorme interesse comune.