La riforma del ministero dei Beni Culturali recentemente approvata dal Consiglio dei Ministri può essere giudicata in modo assai diverso a seconda che la si intenda come "la" riforma, e cioè un documento compiuto e finale, oppure, come sarebbe più sensato, come un primo passo verso una revisione e un rilancio del sistema. In tal caso, un giudizio articolato sarà possibile solo quando saranno compiuti, o almeno annunciati e specificati, gli altri passi, e in particolare i due più urgenti: l'autonomia delle soprintendenze (legata a un meccanismo di responsabilità e valutazione) e 1'inversione di tendenza rispetto al più che decennale blocco delle assunzioni. Vanno tuttavia segnalati due elementi positivi della riforma, anche se in ambo i casi bisogna aspettare le mosse successive del ministro Urbani per intenderne il vero significato. Il primo elemento è l'importanza centrale che il nuovo assetto sembra voler dare alla ricerca, con un nuovo dipartimento per la ricerca e l'innovazione, che dovrebbe fornire il quadro istituzionale a una serie di Istituti centrali dello Stato, da mettersi in rete l'un con l'altro, come l'Istituto Centrale per il Restauro e quello per il Catalogo, l'Opificio delle Pietre Dure, l'Istituto di Patologia del Libro, l'Istituto per il Catalogo Unificato delle biblioteche pubbliche, l'Istituto Centrale per gli Archivi, l'Istituto Nazionale di Archeologia e Storia dell'Arte di Palazzo Venezia. Il collegamento di ricerca, conoscenza e tutela dovrebbe uscire rafforzato da un'operazione come questa, se condotta in porto con la debita energia e le competenze necessarie. II secondo elemento positivo da registrare nel decreto di riforma è la scomparsa di un articolo che si trovava invece nelle precedenti bozze che circolavano presso sindacati e redazioni di giornali, e prevedeva il passaggio temporaneo delle soprintendenze ai Poli museali sotto il controllo delle rispettive soprintendenze regionali, in attesa della loro trasformazione in altrettante Fondazioni. Pessime idee l'una e l'ai tra, della cui eclisse non c'è che da rallegrarsi. E infatti come si può assegnare a un soprintendente regionale che sia, poniamo, un architetto, la direzione di un museo archeologico o di una galleria di pittura? Il principio della competenza ne uscirebbe non solo mortificato, ma schiacciato, in totale controtendenza rispetto alla best practice internazionale. Più complesso è il discorso da farsi sulle Fondazioni museali, delle quali si fa un gran parlare da alcuni anni, con scarsissimo costrutto. E c'è un perché. Il meccanismo virtuoso che le fondazioni museali dovrebbero innescare è, infatti, il miglior uso di risorse finanziarie private per la gestione del patrimonio culturale di proprietà pubblica: ma è proprio su questo fronte che si registra, nel gioco delle parti fra Stato, Regioni e privati, una gran confusione dei linguaggi. Logica vorrebbe che, in un Paese ricchissimo di patrimonio culturale come il nostro, e dove il patrimonio appartiene in parte allo Stato, in parte alle Regioni o ai Comuni, in parte ai privati, ognuno cominciasse con l'amministrare bene il proprio, creando poi fra le varie amministrazioni nessi e sintonie. Al contrario, un bizzarro pasticcio istituzionale cucinato con la riforma del titolo V della Costituzione (governo Amato) ha introdotto in Italia un principio giuridico senza alcun parallelo al mondo e del tutto privo di senso comune, e cioè che la tutela spetta allo Stato, la valorizzazione alle Regioni. Si sono così create, in modo cieco e irresponsabile, le premesse di un perpetuo conflitto di competenza, aggravato dal processo di continuo depotenziamento dell'amministrazione statale. Ciò, a sua volta, ha favorito l'idea che la salvezza risieda non nelle regioni né nello Stato, ma nell'auspicato e mitizzato avvento di benefattori privati. Ma nel triangolo delle Bermude fra Stato, Regioni e privati, chi ci rimette è di fatto proprio il patrimonio, che sarebbe da tutelare e valorizzare secondo un processo culturale e gestionale unico, e non segmentando le competenze. Ora, chi sostiene (in armonia con quanto si pratica nel resto del pianeta} l'unicità del processo gestionale viene di solito accusato di "statalismo" dai "regionalisti": d'altra parte, però, i regionalisti più accesi rivendicano alla loro regione, e non allo Stato, il controllo dell'intero processo, onde garantirne l'efficacia. È questo il caso della Regione Toscana, che ha richiesto la totale devoluzione del patrimonio statale, col progetto di passare ai Comuni tutti i musei (per esempio gli Uffizi). Questa stravagante devoluzione "di sinistra' , contraria nello spirito e nella lettera all'ari. 9 della Costituzione, ha una spiegazione funzionale e una spiegazione politica. Dal punto di vista funzionale, essa presuppone la coscienza (giusta) che la segmentazione dei processi gestionali comporta perdita di efficienza e di efficacia dell'azione; dal punto di vista politico, essa nasce dal timore che, con maggioranze politiche diverse a Roma e a Firenze; il potere politico locale possa essere emarginato da ogni decisione in questo settore. Si riconosce dunque che il processo gestionale dovrebbe essere unico, purché a tenerlo in pugno sia la Regione; in altri termini, si afferma che la Regione conta più dello Stato, senza nemmeno temere gli ovvi paralleli col devoluzionismo di stampo leghista. Comunque si giudichino queste motivazioni, il risultato netto è che, anche fra coloro che credono nel ruolo e nella funzione delle amministrazioni pubbliche, si sono ormai creati due fronti contrapposti (Stato e Regioni), con l'effetto di favorire non l'intervento "virtuoso" di privati che apportino competenze e capitali, ma quello interessato di altri privati, che nella gestione dei musei cercano solo profitto. È per questa strada che si è inquinata alla base anche la grande partita delle Fondazioni museali, che potrebbero ben essere uno strumento importante e positivo se organizzate in parallelo alle strutture pubbliche di tutela e non, invece, sovraordinate ad esso, obbligando gli esperti, soprintendenti e tecnici, a dipendere da chi non ha alcuna competenza professionale (emarginando, per esempio, gli egittologi dal Museo Egizio di Torino per sottometterli a chi non ha mai visto un geroglifico). La verità è che, se organizzate in parallelo alle amministrazioni pubbliche dei musei (sia quelli statali sia quelli regionali o comunali), le Fondazioni possono avere un grande ruolo e canalizzare donazioni private, in particolare di importanti fondazioni bancarie, come è il caso proprio a Torino. Ma su questo tema ha giocato assai negativamente, a intorbidare ulteriormente le acque, l'interpretazione di Tremonti secondo cui le fondazioni bancarie dovevano essere fortemente condizionate dalla presenza massiccia di Regioni e amministrazioni locali, insomma "guidate" dal potere politico. Nelle prospettate Fondazioni museali, pertanto, Regioni, Province e Comuni sarebbero dovuti entrare due volte, una volta "in proprio" e un'altra attraverso le fondazioni bancarie da esse più o meno massicciamente controllate. L'idea della fondazione "privata" che gestisce i musei si rivela così per quello che è, un cavallo di Troia per nascondere la presa di possesso di questo o di quel museo da parte delle Regioni contro lo Stato, e strumentalizzando per proprio uso politico le immissioni di capitale privato. Si scopre così che quelli che si presentano come gli avvocati dell'apporto privato alla gestione del patrimonio culturale sono in realtà i partigiani delle Regioni contro lo Stato. La recentissima sentenza della Corte Costituzionale, che bocciando Tremonti ha ridato alle fondazioni bancarie il significato e il respiro di istituzioni realmente private e non necessariamente condizionate dal potere politico, riapre i giochi in modo assai interessante e positivo. Sarà ora possibile, si spera, che con una libertà di movimento fino a ieri impossibile le fondazioni bancarie elaborino dei loro progetti, e possano svilupparli senza passare sotto le forche caudine di un obbligato omaggio a interessati regionalismi. Sarà ora possibile ridefinire il ruolo rispettivo di Stato, Regioni, enti locali e privati in un quadro in cui il ruolo insostituibile dell'amministrazione pubblica della tutela venga incrementalo e precisato, e il ruolo anche propositivo delle fondazioni private prenda il giusto spicco. Sarà ora ancor più chiaro che per costruire la necessaria rete di accordi e di sinergie, che ovviamente dovrà includere anche gli enti locali e le Regioni, non si deve far finta di credere alla ridicola finzione giuridica secondo cui la "valorizzazione" nulla ha a che lare con la tutela. Cancellando dal decreto di riforma la norma che imponeva ai Poli museali di evolversi verso il modello delle Fondazioni (ancora tanto mal definito), Urbani ha dunque fatto cosa saggia. La sentenza della Corte Costituzionale sulle Fondazioni bancarie dà ora un'altra e potente ragione dì rivedere radicalmente il modello di Fondazione museale che era stato immaginato in una situazione pesantemente condizionata dalla normativa Tremonti. Grazie alla Corte, almeno su questo fonte, il braccio di ferro fra Stato e Regioni (che continua) potrà almeno allentarsi, riportando ognuno al ruolo che gli è proprio; e si potrà finalmente elaborare un modello virtuoso di Fondazione "parallela" al sistema pubblico della tutela e non sovraordinata ad esso, riportando ognuno al ruolo che gli è proprio. Privi di uno dei loro temi favoriti, gli azzeccagarbugli della distinzione tutela-valorizzazione, avranno ora, si.spera, vita più difficile.
la Repubblica
17 Ottobre 2003
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SA
Salvatore Settis
la Repubblica
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