Leggo oggi sul giornale la per me terriblle notizia dell'inizio del lavori per smontare e riportare in Africa l'Obelisco di Axum. Ora, di fronte a questa ineluttabilità del destino, rimane sullo sfondo la spiacevole sensazione che gli italiani siano, come sempre, stati calabraghe e imbelli. Ultimamente, quando la querelle si è riaperta, ho letto un po' di quello che mi è capitato sulla questione, e devo chiederle di riassumerla per tutti, magari utilizzando una lenzuolata di sapore scalfariano. La prego soprattutto di chiarirmi alcuni dubbi per me di fondamentale importanza. Innanzitutto, risulta vero che gli Italiani trovarono l'Obelisco spezzato a terra, dove giaceva da centinaia di anni, in stato di avanzato degrado in compagnia di altri suoi simili, senza che agli etiopi ne importasse più di tanto? Inoltre, è vero, come ha scritto qualcuno recentemente (mi sembra Sgarbi), che il tipo di restauro applicato negli anni Trenta impedisce lo spostamento dell'Obelisco? Ma, soprattutto, ; è vero che nel dopoguerra quel sant'uomo del Negus Selassiè, mentre faceva il bagno in una vasca d'oro guardando gli etiopi che morivano di fame, decise di lasciare l'Obelisco all'Italia in cambio di qualche strada, ospedale o similia, e che tale decisione fu ratificata a livello ufficiale? Mi scusi la banalità delle argomentazioni, ma riservo la più banale per la fine: e la Gioconda? Quando la chiederemo alla Francia? Oppure il concetto che gli eventi storici determinano l'attualità valgono solo per gli altri e non per noi? Filippo Lombardi, Piacenza Io la penso così, caro Lombardi: bene abbiamo fatto a restituire l'Obelisco di Axum mettendo fine a pole miche ipocrite strumentali. Ma quel che più conta, abbiamo fatto bene perché quella stele è brutta. Svettano a Roma obelischi e colonne di sublime fattura. Petto alle quali il manufatto etiope, con tutto il rispetto per l'arte etnica, non vale una cicca. Fu preda di guerra, allegoria della conquista dell'impero e in tal contesto aveva uri senso. Ma dal '45 in poi si ridusse a oggetto ingombrante, imbarazzante e anche, come detto, bruttarello assai. Creda, caro Lombardi: quando prenderà la via di Addis Abeba, non ne sentiremo la mancanza. Sì, è vero, lo raccattammo in terra, ridotto a tocchi. Ed è altrettanto vero che il Negus non ce lo richiese, se non vagamente pro forma, quando tornò a installarsi sul trono del Re dei Re. Ma non sono queste ragioni sufficienti per reclamarne la proprietà. Diverso è il discorso per le migliaia di opere e oggetti d'arte razziati da quella buona lana di Napoleone e che fanno stupenda mostra di sé nelle gallerie del Louvre. In quel caso si trattò di puro e semplice furto. Non andava in cerca, Bonaparte, di qualcosa di simbolico (esclusa, forse, la quadriglia di San Marco), ma di un bottino col quale arricchire il nascente museo parigino. Oltre che se stesso. «È ormai ben noto che Bonaparte e il suo famelico clan - scrive Francois Furet, il grande storico della Rivoluzione francese - si arricchirono con quanto predato in Italia accumulando circa 20 milioni che verranno poi saggiamente amministrati da Giuseppe». In praticai deui 50 milioni (800-900 miliardi delle nostre vecchie lire?) frutto del primo sacco d'Italia il Direttorio ne vide meno di dieci. Il grosso Bonaparte lo usò per pagare il soldo alla truppa e per accumulare un personale gruzzolo. Venuto il momento della resa dei conti (col colpo di coda dei Cento giorni), di quella fortuna non si rintracciò un solo franco. Ma le opere d'arte erano ancora al Louvre e gli Stati e staterelli italiani si diedero - timidamente, assai timidamente - da fare per rientrarne in possesso. La faccenda fu iscritta all'ordine del giorno del Congresso di Vienna, ma non arrivò mai in sede di discussione plenaria (tutto ciò è ben spiegato nel libro, da poco distribuito, della Biblioteca storica del Giornale, se non lo ha letto, si affretti a richiederne una copia). Stati e staterelli, insomma, contavano molto poco e i loro rappresentanti nella capitale austriaca faticavano persino a esser ricevuti da Talleyrand, da Alessandro I e da Luigi XVII, il trio che menava le danze. Fu così che il Congresso, non deliberando in proposito, mise il proprio sigillo sullo stato di fatto e da allora la Francia considera di sua proprietà ciò che rubò in Italia. Tuttavia, caro Lombardi, il discorso non vale per la Gioconda. Napoleone, che chiamava quel quadro "Madame Lisa", se lo tenne per anni nella stanza da letto alle Tuilleries. Ma non faceva parte del bottino razziato in Italia: Leonardo, negli anni in cui risiedette, col titolo di Primo pittore e ingegnere del Re, ad Amboise, lo aveva infatti venduto a Francesco I. Che lo pagò soldi sull'unghia.