Da un mese in Grecia non si parla d'altro: i fregi in marmo del Partenone, esposti ili British Museum di Londra, potrebbero tornare a casa per una mostra sull'Acropoli. L'occasione è offerta dalle prossime Olimpiadi di Atene: un evento irripetibile per un sogno accarezzato a lungo. L'istituzione inglese ridimensiona le attese: non nega contarti accademici per le sculture del Partenone, coinvolgendo gli altri musei che ne conservano frammenti. Tuttavia, nel confermare prestiti di opere importanti, ribadisce che il valore delle creazioni di Fidia è esaltato proprio dal British, perché permette un confronto con i reperti di civiltà diverse. Anche Salvatore Settis, direttore della Scuola Normale Superiore di Pisa, ha ribadito sul "Sole 24 Ore" che i marmi devono restare a Londra. Tra l'altro, si chiedeva: qual è la vera Acropoli? Quella di Pericle e Fidia o quella dei riusi successivi, quando il Partenone fu chiesa e moschea? Voler isolare solo l'Acropoli del V sec. a.C., per identificare la Grecia odierna con quella classica, significa svalutare «tutto il resto», quasi «una pulizia etnica". Il ministro greco della Cultura, Evangelos Venizelos, per nulla spiazzato, conferma e rilancia: in un'intervista ha lanciato l'idea di un prestito dei marmi su tempi lunghi, prospetta quasi una filiale del British, nel nuovo Museo dell'Acropoli che sta per essere ultimato e che è staro disegnato da Bernard Tschumi. Intanto, nell'altalena di annunci e smentite, ci sono alcune certezze. Così, da parte ellenica termini come "trafugamento" sono scomparsi, a differenza del passato. Quei marmi, si ripeteva una volta, sono stati depredati. In realtà non sono un furto. Nel 1803, quando iniziò il prelievo, lord Elgin - allora ambasciatore inglese presso l'impero ottomano di cui la Grecia faceva pane - ottenne l'autorizzazione del pascià Abdullah Kaimakan per eseguire disegni e a prelevare "pezzi di pietra" dall'Acropoli. Naturalmente la licenza fu presa più che alla lettera e le mirabili opere s'imbarcarono senza controlli (in seguito furono vendute da Elgin e il museo inglese ne è diventato il custode). Le opere in questione sono: il fregio della cella del Partenone, con una sfilata straordinaria di cavalieri, e le statue che ornavano i frontoni del tempio. Sono tonnellate di marmo che mescolano uomini e dei, eroi e animali. Mai prima di Fidia si erano visti panneggi dalla stoffa così sottile, cavalli "schiacciati" e a tutto tondo concepiti con tanto realismo: un inno scolpito per la dea Atena che contìnua a incantare dopo quasi 25 secoli. Il rientro di questo tesoro ha punteggiato la storia della Grecia indipendente, con un crescendo negli ultimi vent'anni che trova consensi anche nel Regno Unito. La nuova rivoluzionaria proposta dei greci potrebbe andare a buon fine. Ma, dicono, gli esperti avrebbe ripercussioni pesanti. Per esempio, a Berlino si trovano l'Altare di Pergamo, simbolo nazionale per la Turchia, e la Porta di Ishtar di Babilonia, pretesa dall'Iraq. E la lista non finisce qui. Venere in tribunale In Italia sono numerosi i capolavori che mancano all'appello, esportati illegalmente. «Ma», avverte l'ambasciatore Mario Bondioli Osio, responsabile governativo per il recupero delle opere d'arte, risale al 1939 la prima legislazione organica sulla tutela del nostro patrimonio. Non si può intervenire sul traffico clandestino precedente». Se quindi non potrà tornare a Taranto la famosa "Dea seduta in trono" finita a Berlino, si può sperare per la "Venere" di Morgantina oggi al Getty Museum, oggetto di un'indagine giudiziaria, Come si può porre un freno ai traffici illegali? Dice Bondioli Osio: «Non mancano le intese internazionali, come la Convenzione Unesco del 1970, ma non è stata ancora ratificata da tutti i paesi. Molto importante è il Memorandum of Understanding del 2001 siglato da Italia e Usa, che prevede lunghi prestiti di reperti, e mostre e scavi». Vie bilaterali, che limitano i danni. Cosi va anche inteso il protocollo firmato un anno fa dalle Soprintendenze di Roma, Pompei, Puglia e Campania e dai cinque più importanti musei tedeschi.