Un promemoria minimo sul palese deficit di senso civico in Italia deve partire da una constatazione imbarazzante. Il senso civico, se e dove c'è, è spesso vissuto e descritto come una virtù eroica, il frutto di immani sacrifici, l'esito di una dura autodisciplina, qualcosa insomma di molto vicino al martirio. Ciò implica che la normalità sia l'opposto, l'arte di fare per conto proprio, di infischiarsene della comunità di cui si è parte, dai vicini alla città (figuriamoci le istituzioni e lo Stato): quasi che la configurazione di un qualche Dna patrio debba giustificare ogni meschinità e ogni egoismo. Con sufficienza, legioni di connazionali sembrano dirsi di continuo: «Dovrei forse parcheggiare cento metri più in là solo per non bloccare un portone?». «Perché perder tempo a raccogliere lattine e rifiuti dopo un pic-nic in campagna?». «Ma dai, non vorrai mica abbassare il volume solo per far dormire i vicini, sono solo le quattro del mattino!». E così via. Più raro è, dal Cervino a Lampedusa, il sospetto che il senso civico sia da coltivarsi non per abnegazione, bensì per reciprocità nel vivere sociale, e dunque, a pensarci bene, per convenienza: perché comporta una società meglio funzionante e più giusta, con vantaggio di ogni cittadino. Questo italico deficit di senso civico non si sarà forse radicato in conseguenza di antiche insicurezze, di egoismi individualistici innescati da defunte miserie e lotte per l'esistenza? Abitudini comunque dure a morire, che nel tempo hanno generato una percezione distorta dei valori, modificando persino il senso del tempo e dello spazio («se alle quattro non dormo io, perché dovrebbero dormire i vicini di casa?»). C'è una visibile linea di continuità fra questi micro-comportamenti e il degrado nazionale su temi di più largo respiro, come - facciamo qualche esempio - pagare le tasse, rispettare il paesaggio, apprezzare il talento e il merito. Con 200 miliardi di euro sottratti al fisco, l'Italia ha il primato mondiale dell'evasione fiscale, almeno fra i Paesi di sviluppo comparabile. È palese che se tale evasione (il 7 del Pil) venisse ridotta, si potrebbe allentare la pressione fiscale su quei cittadini che le tasse invece le pagano fino all'ultimo centesimo (per esempio, gli impiegati statali): che, dunque, pagare le tasse conviene. Eppure quando qualche risultato nella lotta all'evasione si intravede, subito qualcuno invoca la "tregua fiscale". Tregua, quasi ci fosse un'impari guerra fra Stato e cittadini e non (come invece è giusto) fra Stato e evasori (ai quali, peraltro, sarebbe meglio non concedere proprio nessuna tregua). E se si parlasse invece non di "tregua" ma di giustizia fiscale, e di confronto con gli altri Paesi d'Europa? Ogni italiano che si rispetti si gloria delle bellezze naturali e storiche del Belpaese, ne decanta il primato mondiale sconfiggendo in guerre immaginarie Stati Uniti e Francia, Cina e Turchia, si fa bello delle meraviglie della propria città. Ma se si può sopraelevare casa propria, comprare una triste villetta nel bel mezzo di un sito Unesco in principio inedificabile, costruire alberghi devastando spiagge e boschi, metà di noi prontamente si giustifica: «Non sarà la mia villetta che rovina tutto!». Insomma, l'ineguagliabile Paesaggio della Patria va tutelato col massimo rigore, salvo per quel che ci riguarda personalmente. Gli errori, le violazioni, gli scandali sono solo quelli degli altri. Siamo bravissimi a dire quanto siamo bravi. Contiamo non solo i premi Nobel (pochissimi), ma anche quelli che avremmo meritato (legione), ci vantiamo quando una scoperta importante si associa a un cognome italiano (anche se chi l'ha fatta è dovuto fuggire dall'Italia a trent'anni per mancanza di fondi). Piangiamo regolarmente ogni mattina sulla fuga di ricercatori, progettiamo macchinosi "rientri di cervelli". Ma intanto associazioni professionali, corporazioni accademiche, deputati e senatori reclamano massicce immissioni in ruolo ope legis in nome della lotta al precariato, esigono promozioni per anzianità (pazienza se i giovani più brillanti andranno in esilio). Ma allora: l'esercizio, almeno saltuario, di un qualche senso civico è ancora immaginabile? Ma davvero conviene? Conviene, verrebbe da rispondere, se sui temi di maggior respiro la risposta delle istituzioni sarà incoraggiante. Conviene pagare le tasse, se i politici nostrani si convinceranno che per «politica» va inteso il governo della polis, e non la gestione delle maggioranze, la geometria variabile dei partiti, il trasformismo delle idee, la priorità dell'"effetto-annuncio" sui fatti. Conviene rispettare il paesaggio di casa propria, se Stato e Regioni smetteranno di contendersi le competenze sulla tutela e si accorderanno per intensificare la salvaguardia del martoriato paesaggio italiano; o se, per esempio, anziché squarciare la Maremma con una nuova autostrada, si vorrà completare la superstrada che c'è già. Conviene puntare sul talento e sul merito dei migliori, se il loro successo verrà premiato con fondi di ricerca competitivi con quelli degli altri Paesi europei, se la carriera più veloce dei migliori talenti produrrà visibili benefici anche sulla produttività e sulla competitività del Paese nel suo insieme. Insomma, a far bene i conti, il "senso civico" non si porta come un cilicio, non è una virtù eroica di cui vantarsi, ma nemmeno un optional. È (dovrebbe essere) l'elementare esercizio del comune buon senso (o forse del comune senso del pudore): ma a patto che chi governa la cosa pubblica voglia fare la sua parte. Nessun Governo può obbligare i cittadini a rispettare il galateo, né i cittadini possono costringere i pubblici poteri al buongoverno: ma il macrocosmo della politica riflette implacabilmente il microcosmo di ogni città, di ogni condominio; e viceversa. Di (macro- e micro-) senso civico questo Paese ha un disperato bisogno: non c'è che da provare a imporcelo l'un l'altro, con l'esempio, per contagio.
Il senso civico vince se c'è lo Stato
L'articolo critica il deficit di senso civico in Italia, che si manifesta in comportamenti egoistici e individualistici. I cittadini sembrano considerare il senso civico come un'abitudine da coltivare per abnegazione, piuttosto che per reciprocità nel vivere sociale. Questo deficit si riflette anche nella lotta all'evasione fiscale, con il primato mondiale dell'evasione in Italia. L'articolo sostiene che il senso civico è fondamentale per una società giusta e funzionante, e che è necessario un cambiamento di mentalità per migliorare la situazione. L'autore critica anche la cultura del "tregua fiscale" e la priorità data all'"effetto-annuncio" sui fatti.
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