Regali ne riceverà senz'altro, e anche importanti, ma alla fine quello più grande sarà proprio lui, il festeggiato, a farlo agli altri: ai giovani, alla città in cui è nato, Genova, e in sostanza all'architettura del prossimo futuro. Nell'anno in cui spegnerà 70 candeline - domani - Renzo Piano inaugurerà anche la sua Fondazione a Punta Nave, ai piedi del Building Workshop aggrappato alla collina, nell'edificio che fino a qualche anno fa era un albergo, Villa Azzurra. Un complesso di 20 mila metri quadrati, tra il verde e il mare. «I lavori sono in corso, nel giro di un paio di mesi li completeremo - racconta l'architetto nel suo studio parigino, in un momento di pausa di un seminario sul progetto di ampliamento della Columbia University a New York- Quando chiuderà la mostra alla Triennale di Milano, che racconta quarant'anni di attività, effettueremo il trasferimento di tutti gli archivi al piano terra dell'edificio, mentre quelli più pesanti resteranno a Voltri. A Punta Nave ci sarà la sede delle attività educative della Fondazione e restituiremo un'area con giardino e la passeggiata pubblica. Vivo a Parigi dai tempi del progetto del Beaubourg, ma trovavo giusto che la Fondazione nascesse a Genova, connessa con l'attività che svolgiamo da anni, tramite accordi con dodici università di tutto il mondo. Dodici studenti che vengono a bottega per un anno, che fanno la tesi di laurea con noi. Un forma antica, ma al tempo stesso molto moderna, di insegnare e di apprendere». Nonostante tutto, però, lei non ha mai voluto insegnare all'Università.» «Con l'insegnamento ho un rapporto quasi di colpa, perché sono sempre stato troppo preso dal lavoro, dai progetti, per poterlo fare. In realtà, sono stato molto vicino ad insegnare all'Università di Harvard, negli Stati Uniti: avevo già firmato, poi nel parlai con Bruno Zevi, eravamo nella sua casa-studio, e lui mi disse imperiosamente "no". Non mi disse: "Ti sconsiglio". Nel bene e nel male, quasi sempre nel bene, Zevi era fatto così: deciso, anche brusco. Aveva ragione. L'insegnamento non può essere un secondo lavoro. A meno di non adottare il sistema anglosassone, per cui insegni per due o tre anni e poi torni al tuo mestiere. Gli studenti hanno bisogno di tutto il tempo. Ho preferito, piano piano, trovare questa strada, che trovo più interessante, e in questo modo la Fondazione ha preso forma». La Fondazione arriva dopo il progetto di trasformazione del waterfront genovese e dopo l'impegno ancora più recente per il futuro piano regolatore di Genova: come sono adesso i suoi rapporti con la città, dopo anni non certo facili? «Del waterfront non mi pento, è un lavoro che indica una nuova via di sviluppo compatibile della città, che ora è in mano ai politici, sono loro che devono decidere. Quanto al piano regolatore, ho accettato di dare il mio contributo al sindaco Marta Vincenzi, che è una donna di carattere, per mettere a fuoco 30,40,50 progetti che saranno i capisaldi del piano. Per questo ho coinvolto Oriol Bohigas, Richard Rogers e Amanda Burden, che a Barcellona, Londra e New York hanno già sviluppato questa logica di lavorare per punti forti. In questo modo il profilo del piano regolatore che ne sgorga nasce nella concretezza di progetti reali. Aiuteremo il Laboratorio urbano che sorgerà in Darsena, con la partecipazione di giovani architetti, studiosi e ovviamente degli uffici comunali, a essere l'antenna dei fremiti, dei desideri, delle forze della città. Quando Marta Vincenzi mi ha contattato, mi sono detto: perché non dare una mano? L'indifferenza non è una bella qualità: soprattutto nei confronti dei luoghi e delle persone con cui si ha un rapporto, non è applicabile». E Genova, nonostante tutto... «Che tu sia architetto, oppure musicista, come due miei amici carissimi che ci hanno lasciato, Luciano Berio e Fabrizio De André, che pure erano tanto diversi tra loro, Genova è un luogo che ti lascia tracce indelebili. I suoni, gli odori, gli umori del mare sono difficilmente cancellabili. Genova è veramente la kasba più straordinaria del Mediterraneo e il suo porto la fabbrica più grande. Ti resta tutto dentro fin da bambino: un senso di appartenenza non sdolcinato, anzi piuttosto ruvido». Tra due mesi verrà inaugurata la sede del New York Times, che lei ha disegnato, mentre altri importanti progetti sono in corso negli Stati Uniti. A quanti sta lavorando in questo momento? «Cerco di non lavorare a più di tre o quattro progetti, mentre l'ufficio ne segue una ventina. L'ampliamento della Columbia University è il più pesante: laboratori di ricerca medica, un polo di economia, una scuola d'arte, è un progetto da 100 mila metri quadri che ne contiene altri 5 o 6. Il progetto più piccolo è un minuscolo monastero per dodici suore clarisse, 700 metri quadri, vicino alla Chapelle di Le Cor-busier a Ronchamp, in Francia. Proprio in questi giorni ho scoperto che nello studio abbiamo 130 persone al lavoro, è un fatto legato ai progetti in corso, ma la misura ideale per me è intorno ai 100: fino a quel numero riesci a ricordare il nome e la faccia di tutti... La fortuna che abbiamo è di poter scegliere con attenzione gli incarichi e il lusso che ci possiamo permettere è di lasciare lavori che imboccano strade che non condividiamo: è accaduto di recente a Boston». In quarant'aimi di carriera, c'è qualcosa che non avrebbe fatto, o avrebbe fatto diversamente? È pentito di qualcosa? «Beh, se avessi dei pentimenti, sarei un irresponsabile a raccontarli... Diciamo che se a distanza di dieci anni da un progetto ti venisse chiesto se rifaresti tutto nello stesso modo in cui lo hai fatto, la risposta onesta da dare sarebbe "no". Ma più che pentirsi, bisogna saper riconoscere i propri errori e apprenderne la lezione per la volta successiva. Bisogna lasciare spazio al dubbio, andare alla ricerca dell'intelligenza leggera e tollerante. La spinta a non accontentarsi mai è figlia di questo approccio, non dell'intestardimento cieco... È giusto battersi per le proprie idee, ma come diceva Norberto Bobbio, "C'è di meglio nella vita che persuadere la gente di quello che tu vuoi fare, ad esempio capire cos'è giusto fare"». Qual è il sentimento che la accompagna, pensando al suo 70 compleanno? «La sorpresa, direi. È stato un attimo. La mia carriera è cominciata qui, a Parigi, al Beaubourg, a poca distanza da questo studio. Avevo 33 anni, ero un ragazzino. Sono passati quasi quarant'anni ed è stato davvero un attimo». E il giorno del suo compleanno, come lo trascorrerà? «A Parigi, lavorando, e con la mia famiglia. Poi spero di poter tirare due bordi con la mia barca. Dopo la festa alla Triennale, dove sono stati davvero molto gentili, lunedì sarò a New York». Mai un momento di pausa... «Guai a fermarsi... e poi mi diverto. Il progetto della Columbia University a Harlem è un lavoro che si proietta in avanti per vent'anni... è come sottoscrivere una polizza assicurativa, mentalmente parlando. Con un po' di fortuna, e se il cielo mi assiste...». Piano sorride. La pausa è finita. Dall'altra stanza lo reclamano al seminario. C'è un nuovo pezzo di città da disegnare. Tanti auguri, architetto. Una festa in onore di Piano domenica a mezzogiorno nel giardino della Triennale di Milano (450 gli invitati) caratterizzerà l'ultimo giorno di apertura della mostra "Le città visibili", viaggio attraverso quarant'anni di progetti e opere dell'architetto(da cui sono tratte le foto pubblicate in questa pagina). 1971-1977 CENTRES GEORGES POMPI-DOU. Progettato "pezzo per pezzo", il Beaubourg inventato da Renzo Piano e Richard Rogers è stato celebrato come architettura high-tech, un'astronave atterrata nel cuore di Parigi, ma «cela l'anima antica di un villaggio medioevale organizzato verticalmente». 1982-1987 THE MENIL COLLECTION. Dopo l'esplosione parigina, un'opera più sommessa, pacata, gentile, un villaggio-museo per ospitare le opere d'arte della collezione di Dominique de Menil a Houston. Con l'invenzione del solaio fatto di "foglie" in ferro-cemento per schermare l'illuminazione naturale senza impedirla. 1983-2003 LINGOTTO. Preceduto dalla ristrutturazione degli stabilimenti Schlumberger a Parigi, il Lingotto a Torino rappresenta probabilmente il più famoso intervento di riconversione di edifici industriali in Italia e in Europa. L'ex fabbrica Fiat diventa un pezzo di città: 250 mila metri quadrati di superficie su 5 piani. 1095-2001 PORTO ANTICO. Anche a Genova c'è un'area industriale dismessa come il Lingotto: è il porto antico, che viene recuperato e ripensato in occasione delle Colombiane del 1992. Nasce l'Acquario. Nel 2001 si aggiunge, per il vertice G8, anche la Bolla, in cui vengono accolte diverse varietà di felci. 1988-1994 KANSAI INTERNATIONAL AIRPORT. L'aeroporto di Osaka sorge in mezzo al mare, su un'isola artificiale a cinque chilometri da terra, ancorata ai fondali grazie a un'ingegnosa e colossale opera di palificazione. Dall'alto, la struttura appare con la forma di un aliante, o ricorda un uccello che ha spiegato le ali. 1991-1998 CENTRO CULTURALE JEAN-MARIE TJIBAOU. «Il legame con le radici, la gratitudine per il passato, il rispetto del genius loci» sono i fondamenti di quest'opera, un centro culturale a Nouméa, in Nuova Caledonia dedicato alla cultura Kanak e al leader di quella comunità, assassinato nel 1989. 1992-2000 POTSDAMER PLATZ. C'è una cicatrice nel cuore di Berlino dopo la demolizione del muro nel 1989: il vuoto urbano su un'area di sei milioni di metri quadrati viene riempito da verde, acqua e da diciotto edifici, di cui otto affidati allo studio RPBW, dieci ad altri progettisti sotto la regia di Piano. 1994-2007 AUDITORIUM PARCO DELLA MUSICA. A Roma mancava ancora un auditorium. Dopo Berlino, Piano partecipa al concorso su insistenza del compositore Luciano Berio e vince. Il progetto prevede tre costruzioni simmetriche attorno ad uno spazio vuoto che diventa il quarto auditorium, una cavea per i concerti all'aperto. 2000-2007 LA SEDE DEL NEW YORK TIMES. Con l'ampliamento della Morgan Library e con il progetto di espansione della Columbia University, il grattacielo di 52 piani del Nyt lega sempre più il nome di Piano a New York. La "seconda pelle" dell'edificio, in ceramica bianca, restituirà le variazioni di colore e di luce.