RIORGANIZZAZIONE del Ministero dei Beni culturali percorsi legislativi, istanze educative. Tre aspetti che riguardano il dibattito progettuale sui beni culturali. Ma bisogna partire da alcune premesse fondamentali. I beni culturali sono «strumenti» di socializzazione («metafora sociale») che si muovono su diverse direzioni e si propongono come modelli di identità depositata che, comunque, dovrebbero portare a dei valori condivisi. La funzione pedagogica diventa, allora, canone multidisciplinare per una maggiore comprensione del bene come identità e della cultura come risorsa. In fondo c'è un pubblico dei beni culturali che va tenuto in considerazione perché è questo soggetto che mette in comunicazione il linguaggio con il tempo e l'immagine con lo spazio, (cfr. Cesare Segre, La pelle di San Bartolomeo. Discorso e tempo nell'arte, Einaudi, 2003). Il dibattito che spesso ha movimentato questi ultimi decenni (e soprattutto è stato presente come forma comparativa tra cultura e istituzioni all'interno di queste pagine) ha focalizzato aspetti ed esigenze di un rapporto fondamentale, che è quello tra processi culturali (che derivano a loro volta dalla presenza delle testimonianze storiche sul territorio) e manifestazioni educative. Già di per sé l'istituzione di un dicastero che raggruppa i beni e le attività culturali apre una verifica importante intorno a tutto il sistema cultura in termini legislativi (quindi istituzionali) che non può essere esaurito. Proprio per questo è continuamente sede di eterogenee e sempre nuove discussioni. L'aspetto della comunicazione sembra avviare un intreccio privilegiato, che permette un migliore approccio verso i codici di un apprendimento all'interno di un valore di sistema. Un dato anche antropologico, che ha una sua valenza culturale e scientificamente apprezzabile sul piano dei modelli economici. Modelli che devono fare i conti proprio con prospettive legate al «sistema» degli standard. I beni culturali (lo diceva molto bene l'antica normativa del 1939 e l'attuale T. U. ne ha incorporato i punti cardini), comunque restando al tracciato legislativo attuale, hanno, comunque, una valenza prioritaria, ed è quella di essere tutelati e conservati. La stessa terminologia, d'altronde, va in questa direzione. Il termine «Bene» apre una visione importante sul valore di possesso e sul valore di qualità. Essendo un bene, dunque, c'è all'interno del discutere stesso il termine di possesso. Non dell'essere in possesso di tale bene, e quindi di proteggerlo in quanto tale (che è già un fatto intrinseco non solo giuridicamente ma culturalmente), ma dell'essere di appartenere. E appartenenza di un bene richiama altri processi che sono storici, ereditari, radicanti. Ecco, dunque, il bene come identità. Ovvero, come trasmissione di tradizione di civiltà attraverso la testimonianza. Le testimonianze della storia sono dettati, appunto, di civiltà. L'identità deve essere vissuta come consapevolezza comunitaria. Quindi trattasi di un percorso pubblico nello stesso tempo. Ma, ancora, essendo tale diventa chiaramente una risorsa identitaria. Il concetto di patrimonio richiama, appunto, riferimenti che hanno un senso identitario. Si tutela una identità nella conservazione di una testimonianza-tradizione. Ma non basta. La storia che diventa sempre più deposizione di percorsi di civiltà non basta. La valorizzazione è una trasposizione del valore del bene tutelato in bene che si appresta ad essere fruito (ovvero, ad essere rivissuto anche solo in termini teorici o metaforici). Ma accanto al bene, in questo tale contesto, c'è un concetto forte, che è quello di cultura. Ovvero, cultura come civiltà. Un bene della civiltà. Già di per sé un bene è un patrimonio. Un bene della civiltà è un patrimonio della civiltà, la quale custodisce e manifesta storia. Manifestare storia è non solo offrire conoscenza, ma anche consapevolezza. Il bene culturale è sempre dentro un ambiente. Un ambiente storico, radicante o precostituito. Ma resta sempre come elemento di congiunzione tra appartenenza e tracciati di eredità. E qui il termine di consapevolezza riprende sostanzialmente il concetto di valore identitario. I beni culturali, dunque, sono processi di identità che portano alla socializzazione attraverso l'affermazione della difesa e la diffusione della loro conoscenza. È naturale che sono espressione non solo etica (e civile se si vuole), ma anche estetica. La bellezza è una manifestazione del concetto di estetica, che non è al di fuori dei discorsi legislativi. Un oggetto va valorizzato perché deve documentare l'attività di un tempo che si è fatto storia (e resta nella memoria della cultura dei popoli) ma nulla toglie al fatto che questo oggetto deve essere apprezzato anche per la sua valenza artistica, e quindi per il suo aspetto estetico. L'arte (dall'archeologia alle proposte contemporanee) è espressione. Nei beni culturali vi sono tantissimi oggetti che non sono nati come espressione artistica, ma che sono diventati (proprio per quel rapporto storia, tempo, spazio) modelli di civiltà e modelli d'arte. Quindi, un confronto tra la visione etica e quella estetica diventa sempre più significativo. È su queste prospettive che la discussione deve imporsi, soprattutto per definire dei percorsi che sono chiaramente culturali sui quali si mobilita un ulteriore dibattito legislativo. La cultura dei beni culturali e la letteratura legislativa devono aprire un dialogo a tutto tondo con la società nella quale si vive. Beni culturali partecipati, si è più volte detto, e beni culturali che avanzano partecipazione. Ma la partecipazione è socializzazione. I beni culturali creano circuiti. Soprattutto nella visione normativa che si ha oggi del bene e delle attività culturali i circuiti sono trasmissioni di identità e di risorse notevoli che hanno necessità di essere compresi sul piano valorizzante. Un circuito culturale diventa efficace se riesce a legare motivazioni ideali e sviluppo. Socializzare, in questo contesto di idee sui beni culturali è offrire conoscenza sapendo che tale conoscenza proviene da processi di identità tutelati (e che devono rigorosamente essere tutelati) che devono, però, andare nella direzione dell'offerta educativa. Ovvero educazione come costante partecipazione in un quadro di impostazioni metodologiche. La «socializzazione» (usiamola ora, in questo caso, tra virgolette) avviene in termini di formazione, di dimensioni culturali e di organizzazione sul territorio. Il rapporto con il territorio resta fondamentale (regolarizzato, come si sa, dalla 11298 e dal T. U.) perché resta centrale il dialogo tra storia e identità. L'idea del museo (l'art. 9 del T U. recita: «Struttura comunque denominata organizzata per la conservazione, la valorizzazione e fruizione pubblica di raccolte di beni culturali»), diffuso sul territorio, è un dato valido che va chiaramente incentivato. Il «Codice di deontologia professionale» adottato nel corso della Quindicesima Assemblea generale dell'Icom, svoltasi a Buenos Aires, del 4 novembre del 1986, sottolinea: «Un'istituzione permanente, senza scopo di lucro, al servizio della società e del suo sviluppo, aperta al pubblico, che compie ricerche sulle testimonianze materiali dell'uomo e del suo ambiente, le acquisisce, le conserva, le comunica e soprattutto le espone a fini di studio, di educazione e di diletto. Museo contenitore e museo diffuso (per indicare una maglia a rete di beni culturali presenti sul territorio. Ma ciò che ci riguarda in questo caso è incentivare, partecipare, far partecipare attraverso una cultura diffusa. E questa incentivazione chiede sempre più un bisogno educativo. La metafora sodale non può essere considerata come un fatto astratto, ma rientra proprio in quel dibattito che vede il bene culturale o le culture come fattori di espressione di apprendimento. Il bene culturale va letto, va capito, va compreso in tutte le sue sfaccettature. C'è un bisogno pedagogico, come più volte e stato richiamato. Un elemento che chiama in causa, in termini didattici, l'idea dell'apprendimento. Educazione, dunque, come apprendimento. Una vera e propria manifestazione di incentivazione pedagogica nei confronti dei beni culturali è chiaramente necessaria. Si prende alto di alcune difficoltà che hanno impedito a volte di far decollare quel processo di interazione tra l'idea del bene culturale inserita in un quadro di relazioni pedagogiche vere e proprie. In tale logica ogni bene viene riferito al contesto storico territoriale nel quale è stato prodotto, acquisendo così ulteriori valenze e significati e permettendo la produzione di nuovi valori culturali che concorrono a promuovere la crescita della civiltà. Una metafora antica, che non dissolve il passato nel presente ma rende il passato come codice testamentario, trasmettendolo, appunto, nel presente. Un percorso che passa attraverso metodologie e che resta un valore. Identità come identificazione. Identificare il valore di civiltà all'interno di una griglia simbolica costituita dai beni culturali. Un «paesaggio» che si solidifica attraverso quelle identità che danno consapevolezza alle società. Le identità sono fattori etici che conservano nel proprio interno forti dimensioni estetiche. Ma il dibattito prosegue. Non siamo affatto ad una conclusione. Anzi il discorso è ancora tutto aperto.