E' stata prorogata fino al 18 novembre, dato il notevole successo di pubblico la mostra "Afghanistan, i tesori ritrovati", allestita presso il museo d'antichità di Torino, in piazza San Giovanni, per iniziativa della Fondazione per l'Arte della Compagnia di San Paolo; si tratta della seconda tappa europea (la prima è stata effettuata in un grande museo parigino) dell'esposizione di questi preziosi reperti dell'antichità afgana, selezionati dagli archeologi locali e francesi e soprattutto sopravvissuti alle drammatiche vicende degli ultimi decenni nel Paese centroasiatico. Vale la pena di soffermarsi proprio su questo ultimo tema, cioè sui terribili danni provocati prima dall'invasione sovietica, poi dalle azioni di brigantaggio, per finire con le devastazioni iconoclaste dei talebani ai danni di un patrimonio archeologico davvero pregevole, che costituiva e ancor oggi costituisce una ricchezza culturale non solo per l'identità afgana, ma per tutto il mondo. Il Museo nazionale di Kabul, fondato grazie all'impulso di monarchi illuminati verso la fine degli anni Dieci del secolo scorso, ha conosciuto vicende tali da provocare orrore; i reperti che si sono salvati sono stati custoditi nel caveau della Banca centrale afghana, ma una gran parte degli altri ha conosciuto un ben più triste destino in seguito a furti, saccheggi, bombardamenti e, per finire, cioè nel 2001, all'azione distruttiva cosciente dei talebani più estremisti. Gli stessi responsabili della famosa distruzione delle statue del Bhudda di Bamiyan, o alcuni loro degni emuli, si sono accaniti anche contro i reperti custoditi dagli studiosi. «Occuparono il museo, distruggendone a migliaia le sculture gandhariche (cioè dell'India ellenizzante)», ha ricordato in una intervista al più noto mensile italiano di divulgazione archeologica Ornar Khan Massudi, direttore del museo stesso, che a fronte di quella follia non poté far altro che rassegnare le dimissioni e trovare una maniera per riuscire a sopravvivere: «Mi sono messo a vendere patate, pomodori e spinaci al mercato». Una buona parte del materiale, comunque, era in salvo nel caveau e proprio da questi reperti, dopo l'abbattimento del regime integralista, è partita l'azione di ricostruzione, che ha comportato naturalmente anche il recupero di oggetti che avevano preso più o meno misteriosamente altre strade e il difficile e delicato restauro di quanto era stato rovinato. Il frutto di questo paziente lavoro è esposto, appunto nei suoi pezzi di maggior effetto, nella mostra torinese, che procede da un periodo molto remoto, addirittura dall'età del Bronzo (2200-1800 a. C), il periodo della cosiddetta cultura battriana (dall'antico nome del nord dell'Afghanistan attuale). Le coppe d'oro decorate con tori barbuti sono i reperti più preziosi databili a questo periodo, trovati a Tepe Pullol, e costituiscono una riprova dei legami artìstici e non solo con la civiltà mesopotamica e con quella più vicina dell'Indo ancora preariana. Molti secoli dopo, cioè nel 328 a. C, Alessandro Magno venne a conquistare le satrapie orientali dell'impero persiano, compresa la Battriana e l'Aracosia, cioè più o meno l'attuale Afghanistan; lasciò nel Paese più di tredicimila soldati come coloni e iniziò l'urbanizzazione, sul modello delle poleis elleniche. Una di queste città fu Ai-Khanum, estremo avamposto orientale dell'ellenismo, in un sito che ci ha restituito strutture monumentali (un teatro, un ginnasio, un palazzo reale con tanto di ricca tesoreria) e soprattutto straordinari reperti come la placca raffigurante la dea Cibele sul carro, una maschera comica in pietra utilizzata come fontana, la stele funeraria di un efebo, alcuni lingotti d'oro. Il dominio greco durò nei secoli successivi ad Alessandro, i coloni, prima sudditi dei Seleucidi, costituirono una monarchia autonoma che riuscì a estendersi sino all'India Occidentale, ma poco dopo la metà del secondo avanti Cristo sopravvenne una invasione di nomadi iranici dal nord, a travolgere gradatamente la presenza greca nell'area, pur non cancellandone l'impronta culturale ed artistica. A un periodo del primo secolo dopo Cristo di Tillia Tepe, risale la cosiddetta Collina d'Oro. Sei tombe, cinque di principesse e una di un principe, abbigliati riccamente, con vesti cucite d'oro e incrostate di pietre preziose, per non parlare della corona d'oro e turchese che ornava il capo della più importante delle aristocratiche sepolte. Vale la pena di sottolineare che le influenze e ì motivi presenti spaziano dall'arte greco-romana a quella cinese, a quella indiana e persino, per la corona, coreana. Un'ennesima riprova del ruolo dell'Afghanistan lungo la cosiddetta Via della Steppa, a contatto più o meno ravvicinato con diverse culture. Per concludere un altro settore della mostra è riservato a Begram, l'antica Alessandria del Caucaso, centro importante dell'Afghanistan sotto la dinastia nomade dei Kushana, che sino agli inizi del terzo d. C. dominavano anche nell'India nord occidentale. A Begram sono state trovate due camere murate, piene di un autentico tesoro di avori indiani decorati e incisi, vetri colorati di Alessandria d'Egitto, lacche cinesi e altri preziosi reperti. Probabilmente nascosto per timore d'invasioni e mai più recuperato dal proprietario, questo materiale di grande pregio era una collezione o forse un campionario di mercanti; certo è una riprova dei contatti a larghissimo raggio del Paese centro asiatico. A integrare la mostra per i visitatori un ricco catalogo, con i contributi fondamentalmente di studiosi francesi (a cura di Pierre Camion - edizioni Umberto Allemandi, Torino 2007 pagg. 253) e naturalmente le immagini dei reperti in mostra e di non pochi paesaggi significativi.