Il patto di Casale Monferrato è andato in porto. Dopo il contratto preliminare stipulato il 16 luglio, ieri la Mondadori ha annunciato di avere perfezionato (per 14,107 milioni di euro) l'acquisizione del 70 per cento delle Edizioni Piemme, storica casa editrice piemontese fondata da Pietro Marietti. Addio, dunque, deliziosi libri per ragazzi dell'ormai consolidata collana del Battello a vapore? Addio Michael Connelly, con copertina argentea, sempre edito dallo stesso editore, destinato a finire nella massa dei thriller editi dal colosso di Segrate? Macché. Anni fa sarebbe andata così, oggi, invece, tutto cambia perché tutto deve restare uguale, soprattutto la griffe editoriale. La Piemme rimarrà sempre la stessa e il ventre della balena mondadoriana non inghiottirà l'editrice che si mantiene come un'isola nell'arcipelago di Segrate (dove galleggiano le autonome Sperling Kupfer, Electa, Le Monnier, Frassinelli e Einaudi). «Siamo una repubblica federale», spiega Gian Arturo Ferrari, gran capitano mondadoriano, ovvero direttore generale della divisione libri. «Se con la Piemme, o con l'Einaudi o con Sperling e così via, adottassimo l'idea di una fusione, perderemmo in creatività. Invece le nostre case editrici le concepiamo come assolutamente autonome. E' un modo straordinario per potenziarle e per dare agli editor grandi margini e libertà di invenzione». L'appuntamento di Casale Monferrato non è che una delle ultime tappe di un processo già in corso da tempo. Sembrano lontani anni luce i tempi in cui tutta l'intellighentia di sinistra tremava per lo Struzzo finito nei territori Mondadori. Si temeva l'annullamento del suo sapore, ma conservarlo è stata una scelta oltre che culturale anche di mercato. Perché l'appeal della griffe si fa largo anche nel firmamento del libro. Non solo dunque Levi's o Tod's: per il compratore pure il marchio editoriale è una bussola. Che conta a volte quasi quanto il nome dell'autore nell'indirizzare le scelte di chi si porta a casa un volume. «Abbiamo fatto una ricerca sulla percezione dei marchi da parte del nostro pubblico. Ci ha riservato molte sorprese. Per esempio l'Einaudi, dove ha ampio spazio la collana Stile libero rivolta ai giovani, rientra contemporaneamente nella categoria "raffinata" e curiosamente nel settore dell'editoria più tradizionale», osserva Ferrari. «Non c'è dubbio che la varietà è una ricchezza in una casa editrice come la nostra, che ha anche una sua presenza forte che la porta a coprire vasti e svariati settori di mercato, dalle collane di mistica ebraica ai comici», conferma Massimo Turchetta, direttore libri a Segrate. La strategia dell'ala protettiva, ovvero di un'espansione mirata sotto il tutoraggio della casa madre, oggi appare la tappa necessaria di una modernizzazione che avanza. E' così? «I grandi editori italiani si stanno adeguando a quanto accade in alcuni dei grandi gruppi stranieri, dai francesi agli anglosassoni ai tedeschi», afferma Ferruccio De Bortoli, ex direttore del Corriere della Sera e ora amministratore delegato Rcs libri (che raccoglie da Rizzoli a Bompiani a La Nuova Italia, dalla Marsilio alla Sansoni alla Sonzogno alla Fabbri alla Etas, per arrivare all'Adelphi di cui Rcs è socio di maggioranza relativa con il 48 per cento del capitale). «Il processo non è recente ma sempre più presente. Anche da noi si sta affermando il federalismo all' interno degli stati unitari dell'editoria. Non c'è dubbio che dal punto di vista economico si procede verso la concentrazione e le sinergie. Ma nel mondo dei libri la conservazione del nome, del marchio editoriale non è solo un simbolo vuoto come può esserlo in altri settori. E' la testimonianza di qualcosa di molto concreto e reale. Tenere in vita tante identità vuoi dire alimentare la ricerca culturale e anche mettere in moto una sana concorrenza». Insomma la griffe nell'universo culturale acquista il profumo di nuove idee, di nuovi autori. I padri fondatori di questa strategia di non inghiottire la «preda» ma conservarla integra, potenziando le sue energie, sono nati e cresciuti alla scuola di Mario Spagnol, alla Longanesi. «L'articolazione delle sigle noi l'abbiamo sempre avuta nel dna», osserva Luigi Brioschi, direttore editoriale Longanesi e presidente Guanda, case editrici che fanno parte, con Salani, Ponte alle Grazie, Corbaccio, Tea e Nord, del Gruppo Longanesi. «Le case editrici sono golose. Spesso tendono ad acquistare attività più piccole. Abbiamo nutrito il culto dell'individualità anche per assolvere a molteplici esigenze, tra cui quella di non vagabondare nei mercati internazionali ma di sapere bene cosa andare a cercare. Per esempio, la Guanda di oggi si definisce per la linea sudamericana accostata alla new fiction inglese, al nuovo romanzo indiano, alla chemical generation. Con un filo che corre tra narratori come Roddy Doyle, Nick Hornby, Irvine Welsh». La scommessa odierna è per tutti quella di trovare le soluzioni per trasformarsi in quel marchio che non si dimentica. Così per il lettore che tende verso il nuovo nasce, per esempio, una nuova casa editrice di fantascienza, Nord, che si ispira alle grandi saghe nordiche (sempre del gruppo longanesiano). La Garzanti è poi l'ultima arrivata sotto la lunga ombra del gruppo, dopo l'acquisizione da parte delle Messaggerie (il maggior distributore indipendente italiano) che lo controllano. E anche per la celebre creatura dell'editore Livio si pensa al potenziamento. «Abbiamo visto la luce come piccoli editori», spiega Stefano Mauri, amministratore delegato Garzanti e Longanesi. «Quando sono entrato, circa 15 anni fa, mi consideravo un allievo di Spagnol e la casa editrice fatturava 20 miliardi di vecchie lire. Oggi abbiamo raggiunto un traguardo che va dai 95 ai 110 milioni di euro. E questo è avvenuto proprio seguendo il criterio della massima differenziazione. Avere come modello la piccola editoria è stata la soluzione vincente. Per dare ulteriore sprint alla Garzanti stiamo ragionando su una nuova linea che differenzi la narrativa più d'elite da quella per un pubblico più ampio. Tra le novità ci sarà un nuovo romanzo di Luca Doninelli e la saggistica con opere di Franco Cordero e di Marco Travaglio. Penso che in ogni caso l'anima di una casa editrice debba essere cambiata molto lentamente e il bilancio tra innovazione e conservazione deve risultare alla pari». Analogamente, per rendere più agguerrita la Bompiani che tra i suoi autori italiani annovera Umberto Eco, Elisabetta Sgarbi, che ne è il direttore editoriale, ha girato mezzo mondo per scoprire scrittori di valore e ignorati. Il suo scopo? Non solo affermarsi ma anche distinguersi dall'ammiraglia (Rcs) a cui fa capo. «La casa principe che è emersa con tocco inconfondibile che la contrassegna su tutto, dalle copertine alla linea editoriale, è l'Adelphi, non c'è dubbio. Cosi, quando sono arrivata alla Bompiani, ho cercato, tra le altre cose, di rinnovarne l'immagine nel suo complesso, compresa la grafica. Un marchio per imporsi deve essere riconoscibile, Oggi la nostra immagine nasce da una parte dall'aver pubblicato un autore libanese come Amin Malouf, un anglo-pakistano. come Hanif Kureishi, un polacco come Andrzej Stasiuk, oppure dall'aver lanciato la straordinaria vena saggistica di Tahar Ben Jelloun. Dall'altra parte per aver reso noti al grande pubblico italiano autori di culto come Michael Cunningham, La visibilità è poi assicurata dalla coerenza. Devi far uscire autori e volumi seguendo una linea precisa, come tanti capitoli di un libro». Convinti i librai che da questo giro di boa della nostra editoria, si otterrà un incremento alla lettura? «Non siamo contrari per principio alle concentrazioni editoriali poiché si agevola la distribuzione dei libri», osserva Rodrigo Dias, presidente dell'Associazione librai italiani. «Ma ci sono grossi rischi, tra cui quello che si eliminino le librerie fuori dal circuito di un grande editore e contemporaneamente che si finisca per mettere fuori dal mercato i piccoli editori che non vengono assorbiti dai maggiori e che sono, peraltro, cinquemila. In Francia, dove questo processo è avviato, sta creando seri danni». Qual è invece l'opinione se non proprio di un fratello minore di un cugino che guarda alle major? «Sono i più 'grandi" che guardano a noi, scoprono che "piccolo è bello" e prendono come modello di riferimento quello artigianale», rileva Elido Fazi, editore di successo che sta in questi giorni festeggiando le centocinquantamila copie di Cento colpi di spazzola prima di andare a dormire di Melissa P., adolescente romanziera a luci rosse. «Siamo un gruppetto affiatato che ha lanciato autori molto diversi, dalla ultraottantenne Paula Fox alla giovanissima Gwendoline Riley. Pubblichiamo quello che ci sembra più adatto a un lettore di qualità. Che ci riconosce e segue il discreto fascino della nostra griffe».