Sdemanializzazione e condono. Sono questi gli strumenti con cui il governo si prepara a smontare la macchina della protezione paesaggistica e ambientale aprendo falle consistenti. Cosa passerà attraverso queste voragini? Per i più pessimisti sullo sfondo c'è la privatizzazione di interi tratti di costa attraverso la tecnica dei due tempi: prima il degrado prodotto dagli abusi avvilisce il bene, poi la sdemanializzazione registra il decadimento dell'appeal paesaggistico. A rischio più immediato appare il tessuto della cosiddetta Italia minore, che è poi l'assieme storico e artistico che fa la differenza e muove il turismo. «Ci giochiamo 400 chilometri di costa», accusa il senatore diessino Fausto Giovanelli. «Questo condono è decisamente peggiore dei precedenti che si fermavano di fronte al confine del demanio: rovescia il principio in base al quale non bastano cento anni di possesso di un bene demaniale per rivendicarne la proprietà. Con la nuova legge un giorno di abuso è sufficiente a cancellare il demanio. In questo modo non solo s'incoraggia la speculazione, ma si sottrae fisicamente al pubblico l'accesso a beni che fino a ieri erano inalienabili come le spiagge». Sotto accusa sono due articoli del decretone: il 32, che è quello del condono, e il 27, che chiede alle soprintendenze di verificare la «sussistenza dell'interesse artistico, storico, archeologico o etnoantropologico» dei beni mobili e immobili appartenenti allo Stato, alle Regioni, alle Province, ai Comuni. In sostanza tutti i beni pubblici verranno passati al pettine delle Sovrintendenze per stabilire se debbano essere realmente salvaguardati o no. Il che di per sé non è sbagliato visto che esiste un processo automatico in base al quale qualunque immobile che abbia compiuto cinquant'anni viene considerato un bene storico anche se è privo di ogni interesse. Il punto che fa discutere è la rapidità (pochi mesi) con cui la selezione verrà effettuata e la sua finalizzazione. «Dietro questa manovra c' è un solo obiettivo: incassare 5 miliardi di euro dalla vendita dei beni pubblici e 3 miliardi dal condono», protesta il senatore verde Sauro Turroni. «Tremonti dice che non venderanno il Colosseo e questa mi sembra una delle poche certezze, ma tutti i beni cosiddetti minori sono a rischio». Un elenco dei beni che potrebbero finire all' asta era già stato fatto l'anno scorso scatenando polemiche e smentite che non sono suonate troppo convincenti. Si era parlato delle isole di Pianosa e dell'Asinara, di edifici di grande valore come Villa della Regina a Torino e Palazzo Bagnara a Napoli. A forte rischio appaiono il sistema dei forti (come Forte San Giacomo a Porto Azzurro), le caserme anche di grande pregio, i fari. «Dire che verranno privatizzate le spiagge è una sciocchezza», taglia corto Maurizio Lupi, Forza Italia, capogruppo alla commissione Ambiente alla Camera. «La Galasso vincola la costa fino a trecento metri dal mare e tutto ciò che non è conforme alle norme urbanistiche ed è stato costruito in un'area protetta da una legge di tutela è escluso dal condono». Ma in realtà è molto difficile stabilire i nuovi confini del diritto nel campo ambientale e della difesa del paesaggio. L'unica certezza è il terremoto che sta scuotendo il complesso di leggi di tutela aprendo ovunque crepe arginate solo dai paletti fissati dall'Unione europea. «L'insieme del condono e della delega ambientale è da brivido», denuncia il presidente di Legambiente Ermete Realacci. «La legalizzazione di decine di migliaia di abusi e il potenziale smantellamento del sistema di garanzie ambientali lanciano un'ombra pesante sulle possibilità di uno sviluppo sano del paese. Il condono rischia di diventare l'immagine del made in Italy in versione berlusconiana». «La battaglia non è sul riordino della lista dei beni da proteggere», spiega Gaetano Benedetto, responsabile Wwf per i rapporti con le istituzioni, «ma sulla mancanza di chiarezza nello stabilire le regole. Il modo con cui si sta procedendo alla svendita di un patrimonio storico e culturale accumulato in millenni legittima i peggiori dubbi: è stata indebolita la normativa di garanzia e il ministro riscrive i criteri a cui dovranno attenersi le soprintendenze senza neanche specificare quelli in vigore che devono sparire e perché».