GIOVEDÌ, 06 SETTEMBRE 2007 Pagina X - Palermo Schliemann e gli altri nellIsola del tesoro Decisivo il contributo delle famiglie nobili che finanziavano le ricerche Alla scoperta della Sicilia e dei suoi siti, non solo da viaggiatore, ma da appassionato, studioso, esperto. Accadeva così che tra la fine dellOttocento e i primi anni del Novecento - sulle onde di una specie di risacca culturale del Grand Tour settecentesco - lisola divenisse ancora meta per scoperte e conoscenze nel segno della storia. Il grande scrigno del sottosuolo continuava a disporre di gioielli decisamente straordinari: templi greci, catacombe, siti preistorici, città da scoprire, ville ricoperte di mosaici, statue. Un tesoro che appassionava anche chi, in Sicilia, ci viveva e che aveva la possibilità di interessarsi molto da vicino a queste cose. Come i nobili siciliani, che spesso avevano la fortuna di ereditare, appunto per casato, collezioni private provenienti da scavi e antichi tesori, grandi e piccoli. Il «mestiere» dellarcheologo in realtà non esisteva ancora, si parlava piuttosto di passioni e collezioni, raccolte e ritrovamenti che prendevano forma con iter decisamente differenti rispetto a quelli attuali. In Sicilia, questo passaggio dalla passione alla professionalità scientifica era avvenuto in modo peculiare, e comunque con un certo ritardo rispetto alle esperienze europee. Malgrado questa confusione di ruoli e competenze, la sincera passione per il ritrovamento degli antichi siti e preziosi manufatti ebbe la meglio, e così è proprio nel periodo tra la fine dellOttocento e la prima metà del Novecento che si effettuano numerose scoperte archeologiche: Agrigento, Solunto, Selinunte, Mozia, solo per citarne alcune. Alcune di queste riconquistano la superficie e la luce, altre recuperano frammenti e passaggi importanti della loro storia e delle vicende che ne hanno caratterizzato la loro esistenza. A Palermo, cè un nome che segna la cesura per il passaggio dal fascino della passione al rigore della professionalità: è quello di Antonio Salinas, il primo a ricoprire nel 1867 la cattedra di Archeologia allUniversità di Palermo. Antonio Salinas aveva iniziato ad interessarsi agli studi archeologici e numismatici grazie allaiuto e al sostegno del marchese e della marchesa di Torrearsa, che lo iniziarono e lo seguirono affettuosamente in questi studi. Divenne poi direttore del Museo che oggi porta il suo nome dal 1873 al 1914, dando allistituzione quella necessaria autorevolezza scientifica. Fu inoltre fondatore e presidente dellIstituto Italiano di Numismatica. Larcheologo Sebastiano Tusa, direttore della Soprintendenza del mare, spiega: «È proprio Salinas che impersona il primo vero scienziato dedito allarcheologia in modo metodico e con il necessario rigore. E grazie a lui che avvenne questo passaggio in Sicilia, dove le metodologie arrivarono con un ritardo di circa mezzo secolo». E fu proprio lo stesso Salinas a contribuire in prima persona alla collezione museale, con il proprio lascito testamentario in cui esplicava la volontà di donare gli oltre seimila pezzi della sua collezione privata, formata da libri, manoscritti, oggetti e un cospicuo numero di antiche monete, e perfino il suo prezioso anello bizantino che lo aveva accompagnato al dito per tutta la vita. «Sotto i borboni - dice Sebastiano Tusa - la gestione dei "beni culturali" era decisamente diversa: esisteva una commissione di provata fiducia del regno borbonico formata per lo più da nobili, ma tutto cambiò con la legge con la quale vennero confiscati i beni ecclesiastici». Per effettuare ricerche a Selinunte, nella seconda metà dellOttocento, arrivano anche due archeologi tedeschi, Koldwey e Buchstein; in questo stesso periodo sono in Sicilia i due studiosi francesi, gli architetti Houlot e Fougers. Si deve a questi ultimi in particolare, la ricostruzione «ideale» della città, realizzata attraverso incisioni e disegni a gouaches, in cui spesso la fantasia veniva in aiuto a ciò che mancava, ma al contempo «fermava» su carta posizioni di monumenti e stato di salute delle architetture. Con lavvento della fotografia, questo mezzo diventa testimonianza per le scoperte archeologiche, ma anche paesaggio e ritratto in cui gli archeologi, oltre a scavare e studiare, diventano protagonisti e si materializzano inerpicati su colonne doriche o a fianco delle loro signore, cappellini e abiti sbuffanti sullo sfondo di Segesta. Un saggio di queste testimonianze lo offre la mostra "La Sicilia archeologica nelle foto antiche", che si inaugura domani alla libreria Lanterna magica di via Goethe 55 (fino al 30 settembre, visite da martedì a sabato 9,30 - 13 e 16,30 - 19,30, lunedì solo il pomeriggio), della quale fanno parte le immagini riprodotte in queste pagine. Come non ricordare, per esempio, il ritratto fotografico della moglie di Heinrich Schliemann, adorna dei gioielli del tesoro di Priamo scoperti dal marito? E proprio Schliemann, lo scopritore nel 1873 della città di Troia, suggestionato dalle possibilità di trovare in Sicilia altri tesori, lascia lAnatolia alla volta dellIsola, precisamente diretto verso Mozia - ovvero lisola di San Pantaleo - isoletta acquistata dalla famiglia dei commercianti Withaker. Qui i segni del passato sono già evidenti, ma le campagne di scavo non hanno il successo sperato, ovvero nessun tesoro allorizzonte, perché Schliemann era essenzialmente interessato al ritrovamento di preziosi piuttosto che di templi. Così il «cacciatore» doro antico lascia la Sicilia. Nel frattempo, cera chi per vera passione e professionalità conduceva alcune tra le campagne di scavo più importanti della Sicilia: Paolo Orsi, che - specie nella Sicilia orientale - effettua ritrovamenti e sudi ad Agrigento, Siracusa, SantAngelo Muxaro, Caltagirone, Lentini, Pantalica. Lo studioso, originario di Rovereto, arriva in Sicilia nel 1880 e vi rimane a lavorare alacremente fino al 1930, dedicandosi anche ai siti preistorici e allarte bizantina. Allo studio e alle scoperte di Solunto si dedica anche Francesco Saverio Cavallari, ingegnere che si occupa di antichità con grande serietà e professionalità, a Palermo si ricordano limpegno per le «belle arti» di nobili come la famiglia Santocanale di Partanna, il marchese De Gregorio che si dedica in particolare ai siti preistorici. Ma cè anche il caso di chi arriva nellIsola con altri intenti e si innamora delle sue antiche bellezze artistiche: da Parma arriva il marchese Antonio della Rosa, a Palermo per realizzare un impianto di tipo industriale. Sarà invece uno dei maggiori appassionati della zona del trapanese e di tutta la Sicilia occidentale, in particolare delle grotte di Trapani e di Pantelleria: lo studioso Raimondo Vaufray è invece un importantissimo esperto, arriva dal museo di Parigi e in Sicilia si dedica alla grotta dellUzzo, alla riserva dello Zingaro e nel volume da lui scritto sul paleolitico italiano dedica un terzo del volume proprio alle ricerche effettuate nellIsola. Corrado e Ippolito Cafici si dedicano invece alla zona orientale della Sicilia, Ispica e Calaforno in particolare, collaborando con studiosi tedeschi: i loro studi furono talmente importanti che vennero chiamati a collaborare alla redazione dellenciclopedia mondiale della preistoria. A Catania la creazione delle collezioni archeologiche più importanti si deve al principe di Biscari, collezionista e promotore di scavi, che insieme ai padri benedettini e illustri religiosi come Amico e Scammacca diedero vita al nucleo che con lo scioglimento delle corporazioni religiose passò al museo civico. A Selinunte e Agrigento lavora Ettore Gabici, e alle scoperte in questultima città si dedica anche Pirro Marconi: archeologo di fama, specializzato in archeologia greca e direttore della scuola italiana di Atene, nel 1929 effettua scavi al tempio di Himera: esposte al Museo Salinas tuttoggi ci sono le teste leonine da lui ritrovate. A proposito del passaggio della figura di studioso di archeologia per passione alla professione, larcheologo Sebastiano Tusa spiega: «La situazione siciliana fu certamente peculiare, perché fu subito dopo la Rivoluzione Francese, con lIlluminismo e lEncyclopedie e poi con i moti del 1848, che si codificò scientificamente la professione dellarcheologo, dello studioso più in generale. Cambiamento che si ha quando le collezioni dei nobili vengono poi aperte al pubblico. Molto si deve a Salinas e ad Amari, non a caso entrambi con studi parigini; esportarono questa idea di democratizzazione del sapere, cambiando prospettiva sulla sapere: da nobile trastullo per pochi a sapere disponibile per tutti».
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Paola Nicita
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