La storia e l'archeologia ce le ha nel Dna. Ancora si commuove nel ricordare quando, giovanissimo, con il padre eseguiva il primo scavo nel 1966 e quando nel 1967 scoprì il sito della Frattesina. Solo il pensiero di aver toccato con le proprie mani vasi, cocci e utensili di 3000 anni fa, di aver avuto l'onore e la fortuna di trovarli, di sapere che dietro a ogni reperto c'è la storia del Polesine e delle sue genti, gli fa stringere il cuore di gioia. Raffaele Peretto lascia il museo dei Grandi Fiumi dopo 30 anni per raggiunta età da pensione, con la tristezza di chi lascia una propria creatura plasmata e fatta crescere con dedizione e amore e la felicità di aver comunque lavorato per la comunità tutta, riconsegnandole le origini. «Il mio pensiero corre a rivivere tanti felici momenti legati alla ricerca archeologica, a sorprendenti scoperte, alla periodica divulgazione scientifica e didattica - spiega Peretto - sono stati momenti condivisi con molti, con ricercatori e studiosi, con disinteressati amici, con attivi collaboratori, con quanti hanno sostenuto l'impegno a riportare alla giusta valorizzazione il complesso monastico di San Bartolomeo e a dar vita al rinnovato museo civico, ora dei Grandi Fiumi». Ed è da poco trascorsa la festa del "suo" patrono, una data che Peretto non dimenticherà mai. Il 24 agosto di vent'anni fa fu scoperta la prima sepoltura della necropoli etrusca di Balone, «proprio il giorno nel quale si ricorda il protettore del monastero - fa notare - e non deve essere stata una coincidenza». Il direttore uscente, più che assolvere un compito affidatogli da un contratto di dipendente, ha dedicato l'intera vita al museo, con la stessa immutata passione di quando era ragazzo. Per questo non cesserà di rivolgere la sua attenzione alla storia antica del Polesine, lavorando al Gruppo archeologico rodigino ("costola" del Cpssae) del quale è presidente. «Al museo ci sarebbe ancora molto da fare - avverte Peretto - come terminare l'allestimento della mostra, in collaborazione con la Sovrintendenza, sulla necropoli di Narde e Frattesina, o la progettazione dell'Alto Medioevo. Perché no, magari provare pure con una sezione dedicata al Rinascimento. Una particolare attenzione meriterebbero inoltre il materiale d'archivio, i reperti non in esposizione, i depositi custoditi in ambienti non consoni che potrebbero essere inseriti in un allestimento più organico». Chissà, forse il tempo non sarebbe mai abbastanza per Peretto per realizzare tutti i suoi sogni di studioso. «L'obiettivo è quello di divulgare le conoscenze acquisite dei paesaggi sepolti emersi con le foto dall'alto - racconta Peretto ricordando i suoi giri in deltaplano - che potrebbero essere un utile strumento per i futuri sviluppi urbanistici del Polesine. Il nostro è un territorio unico e singolare, che va promosso e rilanciato come merita». Allo studioso però la città dovrebbe manifestare il suo grazie, magari con una cerimonia pubblica, perché il suo lavoro non può concludersi così in sordina. Se la città ha un museo dove conserva reperti dell'età del bronzo, del ferro e dell'età romana, non è solo grazie alle idee di politici e alle generose offerte di enti pubblici e privati, ma anche merito della dedizione di chi, come Peretto, ha contribuito ad esaltare e valorizzare la storia del nostro Polesine.