Le forze politiche di La Maddalena si sono espresse contro il Parco Nazionale, o, in qualche timido distinguo, contro questo tipo di parco. In questi ultimi due anni, dopo lo stop a quello del Gennargentu e la discussioni su quello dell'Asinara si apre un nuovo e complesso fronte politico con la prevista dismissione della base militare americana ed il programmato G8. In Sardegna vi è oggi una diversa e più dinamica percezione dei beni culturali e ambientali, con rinnovati impegni sul piano della politica regionale; eppure il modello Soru non sembra corrispondere in maniera soddisfacente alla natura di beni comuni propria della nostra tradizione politica, perché, pur attraverso un loro forte riconoscimento, prevale un marcato elemento di immagine e mercato a fronte di un oggettivo indebolimento della tutela (non basta un pur meritorio salvataggio come a Tuvixeddu per fare davvero sistema), con il depotenziamento del sistema parchi ed alcuni clamorosi tentativi di vendita (aree parco geominerario). Non si può negare che in alcuni aspetti la legge quadro sulle aree protette sottovaluti il ruolo decisionale (non quello consultivo: si veda gli artt. 9-11) delle comunità residenti che conferiscono territori fortemente identificativi: questo in Sardegna è stato un problema particolarmente sentito, e decisamente regalato alla destra. Con supponenza, centralismo e incapacità di cogliere le relazioni di appartenenza a quei paesaggi culturali suggestivamente definiti nell'ultima Conferenza Europea sul Paesaggio. Ma non si possono confondere la difficoltà di una legge ed i molti errori di una faticosa e non sempre brillante esperienza con la liquidazione delle misure di tutela che essa comunque garantisce. In un comunicato del Pdci di La Maddalena (che partecipa, con tutti i partiti, al fronte antiparco nazionale maddalenino) del 7 luglio scorso, il segretario Paolo Poggi scrive riguardo al Parco Nazionale "ricordiamo che visto lo stato di crisi economica e occupazionale dell'isola non possiamo più permetterci di mantenere un ente che non solo non fornisce nessun contributo alla riconversione economica locale, ma anzi continua a condizionare in maniera negativa e deleteria". Riemerge la confusione fra ambiente e produzione industriale, ritardo culturale verso i temi dell'ambiente ereditato dal capitalismo industriale e dal socialismo realizzato. La partita che si sta giocando è assai delicata e impegnativa perché di fronte alla crescita della coscienza ambientale e del suo ruolo nei sistemi socio-economici, vi è un attacco grave ai beni comuni e alle politiche di tutela, dal disastro della foresta amazzonica all'impoverimento del Ciad, ai terribili incendi che devastano la Grecia: a dirigere, dovunque, le forze più spietate della speculazione e del profitto. Una risposta di sinistra, anche in Sardegna, non dovrebbe essere di chiusura, ma di allargamento e apertura alla tutela in termini di normative nazionali ed internazionali. Assistiamo invece al delinearsi di una strategia che mira all'abbattimento dei parchi nazionali e all'eliminazione di soggetti concorrenti nella gestione del paesaggio (per via delle competenze dell'Ente Parco), in modo da avere esclusive competenze regionali e meno problemi per i piani di 'alto livello turistico'. Rischiamo di avere la tutela alla Regione senza veri vantaggi per la tutela (l'unificazione delle Soprintendenze sta a dimostrarlo), col pericolo concreto di una deresponsabilizzazione dello Stato nel creare norme e quadri comuni in tutto il Paese, a vantaggio della riduzione della spesa pubblica. La sinistra di classe ha sempre rifiutato le gabbie salariali, ora alcuni sembrano non vedere il rischio delle gabbie culturali e paesaggistiche. Sarebbe importante che la sinistra sarda riconoscesse senza ambiguità che un bene culturale e paesaggistico di altissimo pregio, riequilibrata la partecipazione dei residenti alla sua gestione, pretende sistemi di tutela e di regole nazionali, perché come bene comune appartiene a tutti ed è un diritto di tutti; che chiedesse modifiche ma non l'eliminazione delle norme di tutela nazionale, che contrastasse senza sudditanze istituzionali gli indirizzi attualmente percorsi dalla Regione Autonoma. Siamo certi che gli attuali indirizzi siano i migliori per la salvaguardia e lo sviluppo economico? Che il consumo del mare e del suo ecosistema operato dal turismo di lusso sia risolvibile con maggiori tasse (riappare la vecchia monetizzazione del rischio e della salute) e non con la scelta e la pratica di modelli compatibili con la piena salvaguardia di un ecosistema eccezionale? Vi è più e miglior lavoro nell'ipotesi alberghiera di alto livello e nella filiera collegata, o in quanto ruota attorno allo sviluppo sostenibile e al valore della conoscenza? Un'autorevole attestazione di tale eccezionalità si trova nella tentative list dell'Unesco, le candidature del patrimonio mondiale dell'umanità con l'Asinara e La Maddalena: altissime le valutazioni. Perché non puntare su un altro tipo di offerta che, si badi bene, si affiancherebbe a un turismo d'élite già più che sufficientemente rappresentato in Sardegna? L'incontro fra una visione rigorosa del bene culturale e paesaggistico come bene comune e la necessità di governarlo come risorsa portatrice di valori economici può trovare un livello più avanzato. Alcune caratteristiche della risorsa e della propensione all'uso della stessa sembrano poter stabilire relazioni convincenti fra sviluppo del mercato, qualità del territorio e tutela. Non stiamo parlando di chi non è disposto a differenziare una costa normalmente sabbiosa, affollata e lineare da un paesaggio scenograficamente intenso e da nuclei urbani correttamente conservati nelle proprie identità urbanistiche e architettoniche. Chi opera tale differenziazione è disposto ad un consumo prolungato, potremo dire fidelizzato e d'uso, alla stessa tutela: l'interesse del consumatore si accosta quindi in maniera significativa a quello della salvaguardia. Meglio un target che non occuperà per pochi mesi (magari soggetto alle turbolenze delle mode) luoghi stellari, ma il territorio con un flusso più costante e meno aggressivo. Visto che i nostri paesaggi sono riconosciuti al massimo livello mondiale e che la Sardegna si presenta nell'immaginario del visitatore come metafora di luogo selvaggio, insolito e ad altissimi contenuti culturali e naturalistici, è preferibile puntare su un rigoroso mantenimento qualitativo. Ad un circuito delle isole minori come Asinara, Arcipelago della Maddalena, e, mi auguro presto, l'isola di Mal di Ventre come luoghi esemplari di ricerca e tutela, con una costante presenza internazionale di scolari e studenti provenienti dalle scuole di tutto il mondo, ospitati nelle non poche strutture, ai quali insegnare in modo permanente la difesa dell'ambiente fin dalla prima scolarizzazione. Assieme alla gente dei luoghi (per l'Asinara si parla di un ripopolamento modesto) ecco una buona destinazione d'uso per quel recupero edilizio che un adeguato livello internazionale potrebbe affrontare con strategie e disponibilità di scala diversa. Da questi luoghi, da visitare in maniera controllata, si genererebbero saperi e sensibilità, magari ospitando centri qualificati per lo studio delle energie pulite e bandendo clamorosamente da essi ogni combustibile a idrocarburi (d'altronde lo stesso Soru non ha ritirato il premio Kyoto 2012?). Si tratterebbe di un'esperienza unica la cui speciale dimensione pedagogica porterebbe nel mondo la cultura e la bellezza della Sardegna. Questo, e non il G8, sarebbe un vero risarcimento per la nostra Isola e per l'arcipelago della Maddalena.