Quale futuro potranno avere le città d'arte di fronte ai grandi processi di trasformazione del nostro tempo? Come possiamo preservarle dalle invasioni di massa quotidiane di visitatori e pendolari o dal traffico caotico e inquinante? E quale modello di convivenza civile è possibile in esse proporsi e praticare, tenendo conto della loro particolarità? Mi pare siano queste le domande che Franco Zeffirelli ci pone dalle colonne del Corriere della Sera di ieri, fermando l'attenzione particolarmente sulla nostra città, su Firenze. Si potrà più o meno condividere l'analisi di Zeffirelli sulle «due Firenze» cosi diverse e, ormai, cosi indissolubilmente unite (l'una, quella storica, "Città per eccellenza dell'individuo e non delle folle» e l'altra, contemporanea, «esuberante, affamata di ogni selvaggia promessa di prosperità»), ma non c'è dubbio che la questione esiste e va affrontata. Per la verità, si è cominciato a farlo. Dai grandi progetti che si stanno avviando per la mobilità (tramvia; passante ferroviario sotterraneo) al recupero di aree dismesse (l'ex-fiat a Novoli; l'ex-carcere delle Murate), dalla riqualificazione della zona-Fortezza (il polo fieristico-congressuale) alla attuazione del «Piano strategico» che coinvolge una molteplicità di soggetti sia pubblici che privati, Firenze appare oggi come una città in movimento, in uscita da quell'immobilismo che l'aveva per lungo tempo caratterizzata e capace di attrarre, proprio per questo, attenzione e investimenti. Si potrebbero fare ancora molti esempi di questo rinnovato dinamismo, non certo per contestare l'appello di Franco Zeffirelli ai guelfi e ai ghibellini di oggi affinché insieme lavorino per «salvare» Firenze, ma al contrario per riconoscerne la intrinseca validità, per dire che c'è già un terreno dissodato su cui può cominciare la semina alimentata da una forte volontà comune. Vorrei fare una proposta: poiché Firenze è «città del mondo», lavoriamo insieme per creare un Centro, a carattere internazionale, in cui si ritrovino personalità della cultura e dell'economia unite dall'amore per questa città, ma anche dal desiderio di prendere e sostenére iniziative concrete. E non certo perché non ve ne siano, ma perché unendo le forze e coordinandole, facendole positivamente incontrare con ciò che già si sta progettando è realizzando (per esempio con il Piano strategico), sarà davvero possibile dar vita a quel «movimento di dimensioni universali» di cui parla Zeffirelli. Trovare una coesione profonda, dentro e fuori la città, su obiettivi di medio-lungo periodo, non significa annullare le differenze o eliminare la conflittualità quotidiana (il famoso «spinto critico» dei fiorentini: però, meglio averlo che non averlo). Vuoi dire, invece, saper vedere lontano, rendersi conto che Firenze è unica e, al tempo stesso, deve misurarsi con i problemi che hanno più o meno tutte le altre città: proprio per questo innovare è comunque più difficile qui che altrove. L'obiettivo è creare una nuova sintesi fra la «città storica» e la «città metropolitana», riuscire a dare un futuro al passato. La vera contraddizione di Firenze è questa: una città che oggi sente il bisogno dì difendere se stessa, ma sa anche, nel profondo, che il proprio carattere universale non le permette di ripiegarsi, ma le chiede di aprirsi. Tutte le volte che la città ha saputo affrontare e risolvere questo dilemma, ne è uscita più forte di prima. E in questo senso, la sollecitazione di Franco Zeffirelli a superare sterili contrapposizioni e a riconoscerci in un progetto comune, mi appare utile e ricca di significato.