«Lo confesso, ho dei sentimenti ambivalenti verso questa parte d'America, Dici Texas e subito provi una repulsione pensando a George Bush, a una destra arrogante, a una politica aggressiva e guerrafondaia, alla lobby dei petrolieri. Dici Dallas e punsi a uno degli episodi più tragici e violenti nella storia americana del dopoguerra, l'assassinio di John Kennedy. Ma il Texas che ammiro e che mi ha sempre attirato è un'America dagli spazi infiniti che evocano grandi libertà, è la natura immensa e generosa, è l'energia della gente. Sono affascinato dalla sua luce: in un museo, dove il tema è la contemplazione, la luminosità è di fondamentale importanza per la lettura dell'opera d'arte, e qui la natura ti offre una luce unica al mondo». Renzo Piano condivide un'attrazione fatale che il Texas sembra esercitare sui grandi architetti del mondo. Questo Stato il più vasto degli Usa ha accumulato negli ultimi anni una tale quantità di capolavori dell'architettura moderna da insidiare la supremazia di Chicago. Molte di queste grandi opere d'autore sono nate per ospitare musei: una concentrazione di collezioni d'arte raffinate che sfidano tutti i nostri stereotipi sul rozzo Far West dei cowboy. Il primo a conquistare l'attenzione mondiale fu Louis Kahn con il Kimbell Art Museum di Fort Worth (1972), poi Houston ebbe da Piano la Menil Collection(1987) e l'annessa Cy Twombly Gallery. L'anno scorso Tadao Ando ha inaugurato il Modern Art Museum di Fort Worth. Dallas, che ha già un auditorium sinfonico firmato da Pei, ha dedicato trenta ettari del suo centro cittadino al «quartiere delle arti» dove sorgeranno un'opera lirica disegnata da Norman Poster e un teatro progettato da Rem Koolhaas. E' proprio nel centro di questo quartiere delle arti che venerdì si inaugura il nuovo gioiello di Piano: il Nasher Sculpture Center. Altra sorpresa texana come la Menil Collection (lascito di una celebre dinastia imprenditoriale francese, i de Menil Schlumberger che fecero fortuna con la trivellazione del petrolio) , Raymond Nasher è un esteta bostoniano di 81 anni che a Dallas nel 1965 mise le basi di un impero edile specializzato nella costruzione di shopping center. Dalla sua passione per la scultura fu lui il primo a decorare gli spazi aperti degli shopping mall con opere d'autore è nata la più grande collezione privata del mondo: 350 sculture tra cui l'originale Età del Bronzo di Rodin, undici Matisse, otto Picasso, sette Moore, e poi Medardo Rosso, Giacometti, Mirò, Alexander Calder, Raymond Duchamp-Villon, Isamu Noguchi. Corteggiato per anni da New York e Washington perché affidasse la sua collezione al museo Guggenheim o alla National Gallery, alla fine Nasher ha preferito costruire a Dallas un museo solo per lei (un progetto da 70 milioni di dollari), e per farlo ha voluto il maestro genovese. L'ultima opera di Piano è quello che Martin Filler ha definito «una fusione di classicismo e minimalismo, da un artista che ha il coraggio di sussurrare quando gli altri urlano»: cinque padiglioni bassi di travertino, vetro, acciaio e legno di quercia, con un tetto-membrana che filtra la luce del sole, circondato da un ampio giardino di querce, cedri, pini afgani, salici piangenti, bambù. Un paesaggio prezioso e sereno, un angolo di Arcadia, una vera provocazione nel centro di questa Dallas che ha sempre cercato di sfidare New York e Chicago in un modernismo muscoloso, nell'ipertrofia della skyline di grattacieli. Alla vigilia dell'inaugurazione Piano ci racconta questa impresa e descrive il suo complesso rapporto con gli Stati Uniti. Come ha raccolto la sfida di imprimere una sua traccia nella città-simbolo del Texas, la «Big D» che al visitatore vanta tra le sue qualità quelle di essere esagerata, opulenta ed esibizionista? «La prima volta che ho passeggiato dall'albergo al cantiere per poco non mi arrestavano, talmente è anomalo vedere un pedone nel centro di Dallas. Lo dico senza cattiveria: è una città concepita come una griglia di strade, funzionale a un traffico veloce, indaffarato e distratto. Perciò cinque anni fa mi attirò subito l'idea folle di Nasher, di fare un museo-giardino per la sua collezione di sculture proprio lì in mezzo. La mia grande conquista è stata imporre la prima via pedonale di questa metropoli, per obbligare i visitatori a spogliarsi della corazza dell'automobile. Questo museo è un'oasi di verde nel centro di Dallas, cioè nel centro del nulla, del caos automobilistico, dell'indifferenza. Sul piano sociologico e antropologico coglie la città di sorpresa, come fosse un improvviso ritrovamento archeologico in una metropoli che ha solo cento anni di storia». Il travertino che lei ha voluto importare dall'Italia sembra il materiale ideale per suscitare quest'impressione del ritrovamento archeologico ai piedi del grattacieli. «E' originale travertino romano, lavorato a Massa Carrara con getti ad altissima pressione che lo hanno "abrasivato", lo hanno invecchiato come avrebbero fatto duemila anni di vento e pioggia. Porta in sé la nozione di antichità, che qui appare così insolita, inattesa. In quella pietra c'è un'idea della storia, anch'essa racchiusa in quest'oasi protetta del Nasher Sculpture Center. E tutto intorno c'è un'idea della natura. Per la sua leggerezza eterea, non sai dove inizia l'edificio e dove inizia il giardino». Come alle gallerie Menil e Twombly di Houston, anche qui lei ha escluso dal museo la luce artificiale. L'originalità viene dalle soluzioni che lei adotta per orientare e addomesticare la luce del sole: sono accorgimenti tecnici che rivelano il suo concetto di architettura e la sua filosofia personale. «La magia dell'architettura consiste nel passare dal piano della techne del come fare le cose all'elemento poetico che desideri ottenere come risultato finale. Questa splendida luce del Far West è una risorsa formidabile ma anche eccessiva. La luce del Sud ha un contenuto di raggi ultravioletti troppo intensi. Con tante piccole prese di luce, come dei minuscoli girasole, ho catturato solo l'illuminazione che viene da Nord: è un tetto con una trama quasi organica, come una membrana vibrante. Il risultato è una luminosità naturale che cambia tutto il giorno, ti fa sentire anche la nuvola che passa, introduce il sentimento del tempo». Per Dallasèunoshock estetico imbattersi In un'oasi di verde nel cuore di acciaio e di petrodollari della sua Down-town. Ma per un europeo è sorprendente scoprire che il Texas è un luogo così ricco di cultura e di esperimenti di avanguardia... «Lavorandoci da anni ho avuto il privilegio di scoprire in questo Far West delle straordinarie isole di civiltà. Le biografie imprenditoriali dei Menil o di Nasher sono vicende tipiche di "emigranti" attirati da una terra selvaggia, ricca di grandi opportunità. Certo è una terra dura, con espressioni politiche retrograde. Ha lanciato un presidente che non corrisponde alla mia idea dell'America. Ma anche in questo profondo Sud mi colpisce lo straordinario investimento di risorse nell'istruzione. Lo si vede perfino nei musei: non uno di questi nasce senza una specifica dimensione educativa, una vocazione sistematica a mettersi al servizio dei giovani, della divulgazione, della ricerca». Il Nasher Center è solo uno dei suoi tanti cantieri aperti negli Stati Uniti: dall'Art Institute di Chicago al Los Angeles County Museum of Art; da Atlanta a Harvard; dalla «verde» Academy of Sciences di San Francisco alla nuova redazione del New York Times. Perché lavora cosi tanto negli Stati Uniti? Che cosa l'attira verso un impegno cosi intenso qui? «Credo che gli americani cerchino da me la definizione di un rapporto tra edificio e città diverso da quello che si è costituito per molti decenni nelle loro città. In questo senso raccolgo una scommessa umanistica: costruire dei luoghi pubblici e delle relazioni tra società civile e città che innovino rispetto all'assetto metropolitano degli Stati Uniti. Questi progetti nascono da un sentire comune, una riflessione convergente su alcune delle grandi emergenze del nostro tempo. A San Francisco, nel luogo d'origine della moderna cultura ambientalista, nello Stato con le regole anti-inquinamento più severe del mondo, per la nuova Accademia delle Scienze costruisco un edificio dove è bandita la climatizzazione energivora, l'aria condizionata nasce dal gioco naturale dei venti: è un modo per costruire concretamente i tasselli di un modello di sviluppo sostenibile, proprio mentre l'Amministrazione Bush rifiuta di ratificare il Trattato di Kyoto. Ad Harlem progetto una estensione della Columbia University che porti una grande istituzione del sapere in un quartiere-simbolo de! degrado e delle diseguaglianze sociali. E il mio progetto per la nuova sede del New York Times a Times Square mi consente frequenti contatti con la redazione di quel grande giornale: un termometro interessante per misurare i fermenti politici e intellettuali dell'America di oggi, il pluralismo delle idee, e la vivacità dell'opposizione».