Gentile dottor Gargano, vivo da molti anni a Roma per motivi professionali ma resto molto legato alla mia città d'origine, Napoli, e tempo fa, in un Tg nazionale, mi ha fatto molto piacere sentire finalmente una notizia positiva sulla città che, contrariamente alla solita rappresentazione dei media, non è tutta né solo scippi e monnezza. La buona notizia è la candidatura al Nobel per la pace dell'archeologo Fabio Maniscalco che ha fatto il possibile, anche con grave rischio della salute, per salvare dalla devastazione delle guerre in corso quei reperti dell'arte antica che sono e che dovrebbero restare patrimonio di tutta l'umanità. Queste però sono notizie che non fanno notizia e in un telegiornale verba volant. A chi potrei rivolgermi per conoscere meglio - e magari far conoscere - l'iniziativa del Comitato che si è attivato per promuovere la candidatura al Nobel per la pace di questo nostro concittadino veramente fuori dal comune? - ROMA Fabio Maniscalco è nato a Napoli il primo agosto 1965 ed è docente di archeologia subacquea alla seconda università partenopea. Dal 1995 al 1998 è stato in Bosnia-Herzegovina, sotto le bombe, sottotenente dei bersaglieri di ferma breve, con i commilitoni casertani della "Garibaldi". La Convenzione dell'Aja del 1954 obbliga ogni esercito ad avere esperti nella salvaguardia dei beni culturali. Prima di lui non era stata applicata mai. I superiori gli dissero - l'ha rivelato egli stesso - di prendersela comoda, di lavorare in quel campo, al limite, solo nel tempo libero e a suo rischio. Invece il giovane professore napoletano si tuffò nell'impresa. Monitorò tutto il patrimonio della ex Jugoslavia. Si infiltrò tra i mercanti clandestini e recuperò molti reperti archeologici rubati. Andò poi in Albania. Estese la sua ricerca ad Algeria, Nigeria, Afganistan, Iraq. Denunciò, e continua a farlo, la guerra incessante fatta alla cultura, a partire dall'incendio della biblioteca di Sarajevo, dal saccheggio in Kosovo con gravi responsabilità delle forze straniere intervenute. Fece appello all'Oriente per i tesori d'arte e di storia depredati a Bagdad. Ha raccolto volumi destinati a Ramallah, nell'ambito del progetto "Uno scudo blu per la Palestina". Questa sì che è una missione di pace, mai interrotta. Potrete verificarla in dettaglio nei libri da lui scritti, "Sarajevo. Itinerari artistici perduti" edito da Guida e "Frammenti di storia venduta. I tesori di Albania" edito da Massa. L'hanno detto l'Indiana Jones della realtà. Lo hanno colmato di medaglie, compresa quella dell'Onu. I suoi incarichi scientifici sono sempre più prestigiosi. Lo hanno candidato al Premio Nobel. Ma da un anno e mezzo Fabio Maniscalco sta combattendo anche un'altra battaglia. A marzo 2006, dopo una serie di errori clinici, gli è stata diagnosticata una forma anomala di adenocarcinoma al pancreas. Gli hanno asportato stomaco, duodeno, parte dell'intestino e la coleciste. Una trappola della sorte? E no, una malattia che ha colpito molti dei militari reduci dai fronti in cui si sono usate munizioni con uranio impoverito. Lo sanno tutti, tranne che le statistiche ufficiali, giacchè se rapporti i casi di tumore all'intero contingente compresi i cuochi - come fanno - hai una certa cifra; ma se li rapporti solo ai militari di unità operative - come sarebbbe giusto - ne hai un'altra, ben più tragica. Lui si definisce "fortunato", perché ha due fratelli medici e la possibilità economiche di curarsi in centri di eccellenza. Altri non hanno potuto o non possono. Ecco un altro fronte d'impegno civile. Nessuno più di Maniscalco odia la guerra, perché l'ha vista in faccia. Nel presentare la petizione per il Premio Nobel - già sostenuta da centinaia di scienziati di ogni parte del mondo - l'Istituto per lo sviluppo. la formazione e la ricerca nel Mediterraneo (Isform) l'ha definito "uomo eccezionale". Ed è un uomo gentile, senza rancori e senza rimorsi. Più che per sé, è è preoccupato per la moglie e i due figli, per i tanti tanti altri colpiti dal cancro di guerra. Questo archeologo della pace, napoletano, il Nobel lo merita davvero.