Semplicemente, «non ci vengo». Vittorio Sgarbi sbatte la porta della Festa dell'Unità, sale in aereo, atterra a Catania. Un saluto a Lucio Dalla, poi dritto alla Festa dell'Udeur a Telese, provincia di Benevento, Campania. E comunque, il più lontano possibile dai tendoni «Semplicemente democratici» a Lampugnano. L'assessore alla Cultura è «irritato». Il motivo? «C'è un limite alla presa per il c...». Si riferisce, Sgarbi, al titolo del dibattito a cui avrebbe dovuto partecipare ieri, Milano: della cultura non si sa niente. «Un insulto». Meglio, allora, la Festa del Campanile, con il collega della giunta napoletana di Rosa Russo Iervolino: «Vado dove mi vogliono festeggiare, a Telese, non dove vogliono farmi la festa». Perché questo era il destino, sostiene Sgarbi, alla Festa dell'Unità: «Mai come oggi la città produce cultura e ha visibilità. Dunque non mi sottopongo a pubblici e ridicoli processi preventivi basati sull'ignoranza». La replica tocca a Pierfrancesco Majorino, capogruppo ulivista: «È un atto incredibile e sgarbato. È strano che sia proprio Sgarbi a preoccuparsi d'un titolo, lui che ha ribattezzato il sindaco Suor Letizia. Ci ritroveremo e gli faremo le nostre critiche». Il programma salta nella tarda mattinata. Sgarbi si «irrita» e da forfait. Il cambio di rotta (su Telese) vuol sottolineare «l'ignoranza di chi scrive titoli menzogneri». La cultura milanese è desaparecida, assessore Sgarbi? «Ma se tutti i giornali hanno parlato di Vade Retro, del festival MiTo, delle quindici mostre della Bella estate, della Festa del teatro...». Sgarbi non ci sta. E tira fuori le tabelle: da gennaio a luglio sono stati 380 mila i visitatori di Palazzo Reale, a cui vanno aggiunti gli 80 mila della «Bella estate» in agosto. Nel 2006, i biglietti venduti erano stati 230 mila in tutto. Dunque, incalza l'assessore, «Milano vive oggi la sua massima fioritura culturale, solo i Ds lo ignorano». In giornata gli telefona Majorino, arrivano chiarimento e tregua. E Sgarbi rilancia: «Propongo un dibattito alla fine di MiTo il 25 e 26 settembre». Poi raggiunge Telese, dove «vogliono conoscere il nostro modello culturale. Strano, no?». Strano anche che il copyright del motto della cultura non si sa niente sia proprio di Sgarbi. Era febbraio, in commissione a Palazzo Marino. Entrava così nel dibattito Milano-Roma: qui si fa molto e non si pubblicizza, là Veltroni è «bravissimo a vendere fumo». Come cambiano i tempi. Julian Schnabel alla Besana. Boterò e Arte Italiana a Palazzo Reale. Lodolandia al Castello. L'estate dell'arte ha queste firme. Per non dire delle prospettive: la mostra orno Vade retro l'ha richiesta Londra, Città del Messico vuole Street art, sweet art e anche a Bari piacciono i graffitisti milanesi. Ma la sostanza, si conviene alla Festa dell'Unità, purtroppo è un'altra: «II nostro sistema culturale manca d'una visione strategica». Il dibattito, infatti, parte puntuale anche senza l'assessore. C'è Carlo Fontana, ex sovrintendente alla Scala e oggi senatore diessino: «Non ho ancora capito quale sia l'idea di sviluppo che ha Sgarbi». E senza bussola, aggiunge, «si punta su eventi effimeri e si ottiene un'eccessiva polverizzazione delle manifestazioni». Per metafora, Milano diventerebbe allora «un grande supermarket, una fiera campionaria che nessuno coordina». Con un «vizio» all'origine: «La ricerca dell'audience». Di tutto, di più. La «visione strategica». Il «ruolo di Milano sulla scena internazionale». La cultura «mai utilizzata in vent'anni come un volano per lo sviluppo economico e sociale». Daniela Benelli, collega-assessore di Sgarbi in Provincia, parte da queste linee guida per definire le possibilità di rilancio: «Troppo spesso, oggi, si punta sull'improvvisazione». Il motivo, assessore Benelli? «Non c'è un tavolo strategico sulla cultura che metta insieme le tre istituzioni, Regione, Provincia e Comune». Anche perché il dialogo sugli eventi «è necessario, ma non basta». Mentre è «davvero necessario, ma non si vede, un impegno vero per valorizzare la cultura nelle periferie, anche come elemento di coesione sociale, soppiantato com'è da una voglia di festival e notti bianche». Ecco, «l'emergenza» da affrontare, dice la Benelli: le periferie. Domani inizia il MiTo. Francesco Micheli è il presidente del comitato di coordinamento del Festival: «È vero, il sistema culturale di Milano non è sempre in grado di essere coordinato da obiettivi precisi. MiTo è un'eccezione». Micheli cita Bonvesin de la Riva, quel «peccato che i milanesi si sbranino tra di loro» che risale al Duecento. Purtroppo, osserva, «ognuno fa ancora da sé». E Sgarbi? «È una risorsa, può dare la spallata a una città addormentata. Lui sa fare sistema. Anzi, lo sta già facendo».