Questo nostro popolo ha pianto, riso, creato, amato, poetato in tonte diverse lingue regionali che ora, fraintese dai più e concluse con i dialetti, stanno languendo e avviandosi alla commorienza. Solo chi non sa distinguere tra una lingua ufficiale e le lingue storiche della grande civiltà letteraria italiana potrebbe commettere l'imperdonabile errore di lasciar morire per sempre lingue come il protogermanico, il provenzale, il cimbro, il mocheno, il ladino, ultime propaggini di lingue che ora solo in Italia si parlano ancora. I provenzale, in particolare, è stata la lingua della prima rinascita letteraria europea dopo la lunga notte del medioevo, frutto dell'innesto della civiltà araba sulla civiltà cortese nel Sud della Francia. R provenzale, attraverso il Brabante e le Fiandre si espande nei tenitori di lingua germanica, determinando la nascita della letteratura tedesca, ed emigra dalla Provenza in Sicilia, alla corte di Federico II, generando le prime squisite espressioni di poesia cortese in Sicilia, la famosa scuola siciliana, che tanta parte avrà nel Dolce Stil NOVO toscano. Quella stessa lingua provenzale è oggi parlata da poche migliaia di persone, in Italia, lasciate a sé stesse e spesso escluse dai sistemi scolastici Altrettanto dicasi del protogermanico dei Walser, unica espressione di un'antichissima lingua scandinavo-alemanna risalente ai tempi di Carlomagno, ora viva solo più nelle vallate del Monte Rosa, in Piemonte. Ma se parliamo così delle lingue minoritarie, che dire della dolce lingua della Serenissima, che per mille anni dominò incontrastata il Mediterraneo? Basti dire che i trattati tra l'impero ottomano e l'impero russo venivano stilati non in turco o in russo, ma in veneziano. Basti dire che i termini marinareschi in greco moderno e in turco ancor oggi risentono del fortis-simo influsso della lingua veneziana. Basti dire che il giornale, strumento di aggiornamento, ma anche di civiltà letteraria, nasce a Venezia, dove si poteva comperare per un «centesimo', che in veneziano si dice «gazeta». Tutto il mondo della marina mercantile stilava i suoi rapporti nella lingua di Marin Sanudo. e tutto l'impero ottomano ha tremato davanti alla potenza navale comandata da Andrea Doria, ammiraglio genovese, al comando della flotta veneziana nemica, ma alleata davanti al pericolo comune. Questa soavissima lingua veneziana che ci ha offerto la commedia a canovaccio dei fratelli Gozzi, la commedia a spartito del Goldoni, questa lingua che fu di Marco Polo, di Vivaldi, di Galuppi, dei Tiepolo, che fu lingua di dogi di capitani di mercanti e di eruditi, la vogliamo proprio relegare nel dimenticatoio dove l'Italia ha scialacquato dissennatamente le sue più grandi ricchezze? E che dire della lingua di corte a Napoli, quella stessa che Fabrizio Salina, principe di Donnafugata, siciliano e normanno fino all'anima, pur parlava nonostante il suo illustre siciliano per rivolgersi al Re delle Due Sicilie, a Napoli, dove il napoletano era lingua di corte e di Stato? E infine, come ignorare e sottacere, nei testi scolastici, che il primo re d'Italia, Vittorio Emanuele II, non parlava e non capiva l'italiano? E con lui tutti i generali, i nobili i funzionari di Sabaudia La Granda? Come ignorare che il primo Parlamento italiano, riunitosi a Palazzo Carignano il 17 marzo 1861, fu aperto proprio da Vittorio Emanuele II, che si rivolse ai rappresentanti del popolo italiano, per la prima volta riuniti in un parlamento rappresentativo di tutta l'Italia, in lingua piemontese? Il teatro sociale in lingua piemontese, in epoca risorgimentale, ci ha dato più di mille e duecento opere teatrali, attestando una coscienza civile, un'avvertenza dei problemi delle classi lavoratici cittadine e contadine, che invano cercheremmo a quell'epoca in lingua nazionale. Il piemontese è stato lingua di lavoro e di commercio, di scienza e di letteratura, di teatro e di liturgia, ma soprattutto lingua di Stato per otto secoli, quando l'italiano ancora non era mai stato lingua statale neppure per un anno e mancava della terminologia per i più umili strumenti di lavoro e di commercio. Il veneziano, il napoletano, il piemontese, le lingue storiche dell'Italia risorgimentale non devono morire. Propongo pertanto che le lingue storiche, insignite di tanta letteratura ed illustrate di autorevoli opere filologiche, dizionari e grammatiche, siano riconosciute come parte inalienabile del patrimonio linguistico di tutti gli italiani Diamo una nuova civiltà linguistica al nostro Paese, diamo un nuovo assetto al nostro avvenire linguistico. È mai possibile che ci sia una cattedra di friulano all'Università di Toronto, che si insegnino corsi di lingua e letteratura piemontese all'Università McGill a Montreal, che vi siano corsi di lingue e letterature regionali in università australiane e che non sia possibile istituire dei corsi di laurea in lingue e letterature storiche e ancestrali in Italia? Molta confusione si è creata per via della perenne domanda se una determinata parlata è una lingua o un dialetto. Basterebbe un'osservazione semplice per chiarire le idee. Qualsiasi lingua, inclusa quella italiana, parlata da persone che leggono sempre meno, sempre più sotto l'influsso di una lingua forte straniera, con un lessico sempre più esiguo, rischia di diventare un dialetto. Per converso, l'ultimo dei dialetti il provenzale di Frédéric Mistral o il tursitano di Albino Pietro, può diventare lingua, se alimentato da secoli di idiomaticità e da grande intuito e creatività poetica. Non si possono considerare dialetti quelle che sono state lingue di Stato. Il piemontese, che con i Sermoni Subalpini nasce letterariamente un secolo prima del toscano, sarà magari oggi dialetto sulle labbra degli anziani che ancora lo parlano, ma nella coscienza di chi lo scrive, lo legge e lo coltiva come lingua veicolatrice di cultura Il piemontese è lingua, in tutte le sue accezioni letterarie, lessicali e culturali E altrettanto mi sento di dire, a colpo sicuro, senza tema di smentite, per il veneziano e per il napoletano: e poi chissà per quali e quante altre lingue, dal milanese di Porta, al romanesco di Belli al siciliano di Meli, al genovese di Andrea Doria, tutte portatrici di grossi segmenti di spiritualità e di creatività. Smettiamola con questo horror dialecti, smettiamola di avvilire, di sminuire, di emarginare chi parla una lingua storica o una parlata locale. I locutori di queste antichissime parlate non vanno sviliti ed emarginati, ma incoraggiati. Essi sono una preziosa risorsa linguistica, oltre che un documento vivente della nostra straordinaria varietà etnica e culturale. È perciò che propongo il seguente comma: «La Repubblica riconosce, tutela e valorizza le lingue storiche, ancestrali e locali».