La differenza da un museo? Che non togli dal contesto gli oggetti o i segni del quotidiano per chiuderli in un edificio. Anche se la denominazione di ecomuseo è stata applicata in questi anni con innumerevoli forzature, quando non vere e proprie distorsioni e banalizzazioni, in Europa e pure da noi». Valter Giuliano, giornalista e dirigente nazionale di Pro Natura, nella sua veste di assessore alla Cultura della Provincia di Torino è stato fra i primi in Italia a trapiantare il seme degli ecomusei com'è stato messo a punto in Francia, negli anni Settanta, «Perché è vero che il primo open air museum è nato a Skansen nel 1891, sulle colline di Stoccolma, ma lì ci si era limitati a ricostruire pezzi di villaggio, paesaggi, a farci vivere figuranti e animali. Il concetto di ecomuseo oggi è diverso. Ci sono i beni materiali, i paesi e le industrie tradizionali. i laboratori di artigianato, ma non deve mancare il patrimonio sensibile, volatile, cioè la memoria della gente, i ricordi. Si ricostruisce insomma accanto al bene ambientale, anche i saperi che hanno permesso a quel bene di conservarsi». Questa rete potrà servire anche per superare le resistenze della popolazione locale nei confronti delle aree protette? «Parco ed ecomuseo proprio quello devono permettere, il coinvolgimento della comunità. Senza, non esiste nulla. Non si tratta di istituzioni nate per fini di marketing, ma per riannodare i fili della storia di una comunità che si è in parte interrotta nel momento del boom industriale. Ma attenzione, i pericoli ci sono: da una parte la chiusura localistica, dall'altro la creazione opportunistica di tradizioni e identità inventate. E occorre fare attenzione che la titolarità dell'attenzione resti nelle mani delle comunità locali che decidono di rappresentarsi e di "specchiarsi" in queste realizzazioni».