Non più del territorio, ma nel territorio. E' il museo d'oggi, l'ecomuseo anzi, che rifiuta la tradizionale collezione rinchiusa in un edificio per valorizzare invece l'intero patrimonio di una popolazione, culturale ma anche industriale, le lavorazioni tradizionali che altrimenti andrebbero perdute, le attività agricole, l'allevamento del bestiame. Non per museificarle, per metterle sotto vetro, ma per aiutare chi ci vive a salvarle. Sono sessanta finora in Italia, cresciuti un po' alla rinfusa sugli esempi francesi degli anni Settanta, quelli che hanno dato la linea cui ci si è attenuti finora. Si sono ritrovati, studiosi, addetti ai lavori, responsabili delle iniziative italiane e straniere, da giovedì a oggi a Biella, chiamati dalla Regione Piemonte per discuterne e capire soprattutto se può esistere una via italiana all'ecomuseo: «C'è stato un confronto serrato su esperienze molto diverse rileva Carla Rombi, docente di Storia dell'Architettura dell'Università di Bologna e prima di procedere, ora, occorrono vari ritocchi. Ma la strada è quella giusta, per difendere il territorio da un governo che da un lato con le cartolarizzazioni, dall'altro con i progetti di condono mette a rischio proprio i valori tutelati dagli ecomusei». Il pericolo è che vengano messi in vendita gli edifici storici, le vecchie aziende che, pur non rappresentando lo zoccolo duro dei beni artistici, raccontano comunque la storia di una popolazione. Perché l'idea di base è quella di mettere in salvo gli elementi materiali che «fanno» una comunità. Le miniere della val Germanasca, all'estremo ovest del Piemonte la Provincia di Torino e la Regione Piemonte sono state le prime a muoversi e a dotarsi di una legge simbolo dello sfruttamento e della morte e allo stesso tempo della vita dei montanari di Prali. E così, scendendo verso sud, gli ecomusei della civiltà contadina di Bentivoglio, nel Bolognese, o della civiltà palustre a Villanova di Bagnacavallo, nel Ravennate, dell'alabastro a Castellina Marittima, in provincia di Pistoia, della pietra leccese a Cursi o delle ferriere e fonderie di Calabria, a Bivongi. «Rappresentano il patrimonio locale dice Andrea Rossi, che coordina l'ecomuseo del Casentino di Ponte a Poppi, nell'Aretino Sono tutto quello che fa la specificità del luogo, che si tratti di elementi naturali o no, compreso il folklore, senza cadere nella sagra paesana, il patrimonio artistico e religioso. Ma non dev'essere una fuga nel passato, il progetto è intergenerazionale, mette insieme i saperi dei nonni e dei nipoti. Non necessariamente con un solo nucleo. Il nostro ecomuseo, ad esempio, ha tante antenne tematiche. Lì curiosamente, almeno per adesso, non coinvolge la lavorazione del tessuto che prende il nome da questa zona, il casentino appunto». Ma se il concetto di ecomuseo, o meglio la sua realizzazione pratica, ha bisogno di qualche aggiustamento, già esiste una federazione internazionale con uno slogan, «En avant la mémoire» una guida (Ecomusei - guida europea, pubblicata da Allemandi) e un sito internet, www.ecomusei.net, che partendo dal Piemonte conduce sito per sito sino alla Sicilia e poi in Europa e nel mondo.