CHIAVARI. Emerge dal sottosuolo della collina del Castello un nuovo capitolo della storia della città e gli esperti confidano che le sorprese, intorno a quell'area, non siano ancora finite. Il punto dell'indagine archeologica, cominciata a luglio e ormai in dirittura d'arrivo, è stato fatto ieri mattina alla presenza della soprintendente Giuseppina Spadea, di Giorgio "Getto" Viarengo e Silvia Landi, curatori dei lavori di scavo, e del proprietario dell'area, l'architetto milanese Francesco Mendini, titolare con il fratello Alessandro di uno studio di fama internazionale. Un autentico "colpo di fulmine", quello di Mendini, per il poggio verde sotto il monumento simbolo della città: un grande appezzamento a fasce con due immobili, un edificio principale che vorrebbe destinare a sua figlia e una costruzione di cinquanta metri quadrati, pensata per sé e la moglie. Proprio la sistemazione di quella casetta a due piani, che Mendini avrebbe voluto inizialmente demolire e ricostruire (a un piano) in pietra, allontanandola dalle mura di cinta della città («Ho ricevuto l'ok dalla Soprintendenza architettonica, ma il Comune dopo due anni mi ha detto che non era possibile»), ha provocato l'inizio della querelle con il proprietario del Castello, l'ingegnere milanese Enrico Campagnoli. Per bloccare il processo di frana del muro alle spalle della casetta, fenomeno che interessa vari altri punti della proprietà («I muri sono stati costruiti troppo alti: non tutto quello che facevano gli antichi era buono», spiega l'architetto), le fondazioni sono state spinte all'interno, alla ricerca del "buono" a cui ancorarsi: così facendo, però - sostiene Campagnoli - sono stati provocati danni che potrebbero mettere in pericolo la stabilità del complesso monumentale. Da qui la denuncia al Comune e alla Soprintendenza architettonica e il blocco dei lavori di ristrutturazione della costruzione di cui l'architetto Mendini vorrebbe fare il suo "buen retiro". Ovviamente i rapporti di buon vicinato con l'inge-gner Campagnoli ora sono un ricordo. Mendini si limita a definire «strumentali» le accuse e gli allarmi lanciati dal vicino sulla stabilità del Castello, ammette di essersi macchiato di piccole difformità nei lavori avviati e poi bloccati, ma respinge con forza l'accusa di aver compiuto abusi edilizi. E confida che adesso, a campagna archeologica terminata, la Soprintendenza architettonica dia il via libera alla ripresa dell'intervento. E' proprio dalla querelle che è nata l'indagine archeologica, il cui ultimo atto sarà prossimamente l'analisi del terreno rimosso alle spalle della "casetta", sulla scorta delle conoscenze acquisite attraverso lo scavo effettuato tra i muri di contenimento, a monte e a valle, di una fascia agricola. E' stato scelto un punto del terreno intatto, senza alterazioni recenti, due fasce sotto l'intervento edilizio "incriminato". «Effettuando uno scavo stratigrafico, abbiamo ripercorso alla rovescia il modo in cui terreno si è formato», spiega Viarengo. Dal sottosuolo sono emerse le tracce di presistenti muri a secco e i resti di attività umane, maioliche arcaiche, che hanno permesso di stabilire come la zona fosse il "polmone agricolo" di Chiavari fin dall'epoca medievale, un impianto di coltivazioni sopravissuto fino agli inizi degli anni Settanta del Novecento e che nei secoli passati poteva contare anche su un ingegnoso sistema di irrigazione, sfruttando l'acqua che scendeva dagli spalti del Castello e da cisterne. Poi, nel Settecento, quell'acqua servì anche per alimentare il ninfeo di un giardino nella proprietà sottostante. «Partendo da un problema di tutela - sottolinea la soprintendente Spadea - l'indagine ha fornito risultati promettenti per aprire un capitolo nuovo per la ricerca, che dovrebbe poter contare su un progetto scientifico di una certa rilevanza. Questo sito storico, che rappresenta il punto più antico dell'insediamento di Chiavari, è di grande interesse: non dimentichiamo la sua vicinanza alla necropoli preromana del VII-VI secolo. Lo scavo ha messo in evidenza l'uso del pendio sin dall'epoca medievale: ora possiamo dire che almeno dal XII secolo ha giocato un ruolo in relazione all'insediamento della città». L'architetto Mendini auspica un rilievo completo di tutta la zona, partendo dalla fascia più bassa della collina («Da parte mia c'è la massima disponibilità ad agevolare la conoscenza storica di questo luogo e sono contento che si trovino elementi sempre più interessanti») e si dice pronto anche a collaborare con la Soprintendenza alla realizzazione di un percorso di visita organizzato, ovviamente nelle forme compatibili con una proprietà privata. Nella volontà dell'architetto milanese c'è proprio -nel rispetto dell'utilizzo che l'area ha conosciuto nel corso dei secoli - il ritorno all'assetto agricolo («Biologico», sottolinea). Ovviamente, querelle di vicinato permettendo.