Al centro della contesa uno stendardo processionale dipinto dal Foppa, ora conservato a Brescia. Aveva 84 anni Vincenzo Foppa (1430-1515) quando accettò lincarico di unopera (lultima della sua carriera) da parte della cittadella di Orzinuovi. La roccaforte della bassa bresciana sognava uno stendardo griffato da portare in processione come ex-voto contro il pericolo della peste che infuriava e aveva appena falcidiato Brescia. Era lagosto del 1514 e il vecchio maestro, reduce da numerosi successi raccolti in mezza Italia, non se lo fece ripetere due volte. Certo non immaginava che, a cinquecento anni di distanza, quella piccola incombenza accolta quasi per diletto sarebbe diventata il fulcro di una disputa fra la città capoluogo e il comune committente. Luna, Brescia, depositaria attuale dellopera. Laltra, Orzinuovi, proprietaria effettiva della stessa. Passando, negli anni, dalle processioni in piazza alla sagrestia della chiesa parrocchiale di Santa Maria delle Grazie, il gonfalone finì infatti nel dimenticatoio. Tanto che nellOttocento lo si diede per disperso. Ci volle la testardaggine di una studiosa inglese, miss Ffoulkes, per riportarlo allo scoperto nel 1906; scovato proprio lì dove era rimasto per secoli, usato dai sacerdoti a mo di tenda (a testa in giù!) nellOratorio dei Morti. Lopera, riesumata come una reliquia, venne trasferita allora nel museo più vicino, la Pinacoteca Tosio Martinengo di Brescia, dove tuttora è esposta, nella sala riservata alla pittura lombarda del Cinquecento. Cosa che non sembra gradita allassessore alla cultura di Orzinuovi, Ermes Notari che in occasione della mostra aperta in questi giorni sui tesori della raccolta comunale ha pensato di richiedere al sindaco di Brescia, Paolo Corsini, la restituzione del prezioso gingillo. «Sto predisponendo una lettera ufficiale - dice - per la resa dellopera che potrebbe avere nuova collocazione nel riallestimento del nostro castello». Una manovra che ricorda quella di Rutelli per la riconquista dellAtleta di Fano esposto al Getty Museum. Ma a sentire Mauro Corradini, curatore della mostra in corso, «riportare a Orzinuovi lo stendardo significherebbe soddisfare una paternità a lungo dimenticata. La tela fa parte ormai da un secolo della storia della Pinacoteca». Nel 2002 lo stendardo è stato - non a caso - protagonista della splendida retrospettiva su Vincenzo Foppa curata da Giovanni Agosti per il Museo di Santa Giulia, che ha messo un punto fisso negli studi sullartista e sui suoi capolavori ritrovati. Studi illuminati anche dai rapporti del maestro con i seguaci ideali che gli fanno corona nellallestimento della Pinacoteca e che, in caso di trasloco, vedrebbero lo stendardo orfano del suo contesto. Quello in cui operarono maestri come Savoldo e Moretto. Ma soprattutto Caravaggio, che doveva ringraziare il Foppa per avergli aperto la strada del naturalismo e della pittura "vera". Dopo aver siglato imprese come il Polittico di Brera o gli affreschi per la Cappella Portinari, in SantEustorgio a Milano, su richiesta del direttore del Banco Mediceo, il padre putativo del rinascimento lombardo firmò insomma unaltra opera destinata a lasciare un segno. Decorato da un lato con la Madonna in trono e, sul lato opposto, con il martirio di San Sebastiano - che Roberto Longhi definì «il martirio di uno zappaterra» - il piccolo gioiello è diventato un caso, ancora oggi noto come lo Stendardo di Orzinuovi, benché della committenza gli sia rimasto solo il nome.