La Germania rivuole gli scritti di Goethe e Mozart, secco no della Polonia: nel 45 ci avete distrutto «I polacchi si tengono Goethe e Bach in ostaggio, i nostri beni culturali sono gli ultimi prigionieri della Seconda Guerra non ancora tornati a casa, è arte illecitamente trafugata e va restituita», denunciò giorni fa sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung l'ambasciatore tedesco Tono Eitel, che da anni negozia invano la restituzione. E tra i due Paesi è subito scoppiato un nuovo incidente diplomatico. Berlino si appella al diritto di guerra internazionale - che dal canto suo rispetta, tant'è che sta restituendo agli ebrei gli «ultimi prigionieri», anche a costo di sguarnire i suoi Musei -, Varsavia avanza ragioni storico-politiche. Ma da due anni, da quando il Paese è retto dai gemelli Kaczynski, i due fronti non si parlano più. Prima lo scontro sul gasdotto del Baltico, poi il braccio di ferro sulla Costituzione Europea, per non parlare delle infinite schermaglie sul tema dei memoriali e delle battute velenose che i polacchi riservano con regolarità ai vicini tedeschi. Per questo l'ambasciatore Eitel ha scritto alla Faz: vuole tenere alta sull'agenda internazionale la questione, cercando però di non «contaminare» ulteriormente le relazioni fra i due Paesi. Un esercizio di equilibrio che ha dato un primo risultato: la promessa, da parte polacca, di trovare una mediazione accettabile per entrambe. Che però, sottolineano, non è ancora in vista. La storia inizia nei primi mesi del 1945, quando i tesori della cultura tedesca vengono chiusi in cinquecento casse di legno che vengono distribuite su tutto il territorio del Reich per salvarli dai bombardamenti degli Alleati. Finita la guerra, in quella che prima era la Prussia orientale e adesso è Polonia, rimane l'intero patrimonio della Biblioteca di Stato prussiana: 212 mila tra manoscritti originali e prime edizioni, centinaia di quadri, ventimila spartiti musicali - tra cui un quarto del lascito Mozart -, venticinque aerei storici. Quelle che sono le fonti originali della storia della scienza, della letteratura e della musica tedesche, l'8 marzo 1946 diventano per decreto proprietà dello Stato polacco e vengono riunite sotto il tetto dell'Università Jagiellonian di Cracovia. Sono ormai al di là della Cortina di Ferro e nessuno in Germania ci pensa più finché non cade il Muro e si apre il difficile capitolo delle restituzioni. Nel 1992 Berlino e Varsavia stringono un patto bilaterale, che prevede anche un negoziato per la riconsegna reciproca dei beni culturali. Come gesto di buona volontà Berlino offre a Varsavia, senza contropartita, materiali d'archivio, statue e tremila registri parrocchiali dell'ex comunità cattolica. Molto di più non ha, quasi tutti i beni trafugati erano già stati consegnati alla Polonia dagli alleati. Proprio questo è oggi un punto dolente: non c'è possibilità di uno scambio alla pari, da una parte ci sono centinaia di migliaia di oggetti, dall'altra solo qualche centinaio. Su tutto, aleggia poi il risentimento polacco. La Germania finora ha ottenuto indietro soltanto una Bibbia di Lutero. Le trattative ristagnano per dieci anni, le parti si incontrano regolarmente ma non trovano soluzioni. Nel 2002 capo negoziatore tedesco per tutti i beni rimasti al di là della Cortina di Ferro diventa l'ex ambasciatore all'Onu, Tono Eitel, che scriverà in una relazione al cancelliere: «Abbiamo problemi soltanto con due ex nemici di guerra: la Russia e la Polonia. Tutti gli altri Stati hanno optato per una politica della restituzione, compresa l'Ucraina, che pure era stata orrendamente devastata dalla Wehrmacht». Anche dalle Repubbliche del Caucaso e dell'Asia centrale torna in Germania tutto ciò che poteva essere identificato come proprietà tedesca. D'altronde, il diritto internazionale di guerra, che risale al 1907, proibisce la confisca dei beni culturali. Ma Varsavia fa riferimento a un accordo, quello di Potsdam firmato dalle potenze vincitrici nel 1945, in base al quale tutti i beni tedeschi sul territorio diventato polacco - chiese, castelli, musei - sono diventati proprietà di Stato. E, soprattutto, ne fa una questione storico-politica. Il responsabile del negoziato Marius Muszynski dichiara alla Faz: «Una restituzione ferirebbe la ragion di Stato polacca. Il popolo, che tanto ha patito in guerra, non capirebbe: non ha dimenticato le opere d'arte portate fuori dal Paese, le biblioteche e gli archivi bruciati. Le opere tedesche rimaste a Cracovia sono soltanto un piccolo risarcimento. L'attuale situazione ha per noi carattere definitivo». La paura polacca è anche un'altra: se cedono su questo punto, si potrebbe riaprire anche il dossier dei beni privati confiscati ai 12 milioni di tedeschi espulsi dopo la guerra, che gli eredi adesso vogliono indietro. I Kaczynski hanno già replicato chiedendo 30 miliardi di danni per i bombardamenti di Varsavia. Come si è visto all'ultimo vertice europeo, le ferite sono tutt'altro che rimarginate e un capitolo chiuso ne riapre automaticamente un altro. Non tutti i polacchi sono però così ostinati nel rancore, la maggior parte della popolazione vorrebbe guardare avanti e non indietro. E sulla stampa progressista si ipotizza una soluzione pratica: un paio di milioni di euro, e i tedeschi si riprendano le loro cose. Compreso quel manoscritto del loro inno nazionale cui tengono tanto.