MECENATI. Giuliano Gori, imprenditore del tessile, nella tenuta di Celle, tra Prato e Pistoia, da 25 anni da carta bianca a scultori di tutto il mondo perché lì creino, A loro piacimento, ma nel rispetto del luogo. Ci racconta la sua straordinaria esperienza Se credete che commissionare opere d'arte sia un'attività tranquilla, sappiate che a volte questa predilezione può comportare situazioni a dir poco bizzarre: come chiedere permessi per la dinamite, cercare pietre introvabili del peso di una tonnellata e mezzo ciascuna, vedere una quercia secolare crollare su un enorme macchinario per fuochi artificiali ideato da un grande nome internazionale (Dennis Oppenheim) e lasciarla lì a terra, a testimonianza di venti mai soffiati prima, a queste latitudini... Sono faccenduole realmente accadute: nel parco d'arte contemporanea della villa di Celle, luogo privato segnalato lungo la provinciale tra Prato e Pistoia da una specie di enorme esoscheletro rosso in acciaio di Burri. Qui, nel bosco, sbucano labirinti in marmo bianco e verde, una casa mul-ticolore con specchi, lievi cerchi e impalcature metalliche sull'acqua, per farla breve installazioni permanenti di Morris, Buren, Melotti e di tanti altri grossi nomi dell'arte. Tutta gente chiamata dal collezionista e imprenditore del tessile pratese Giuliano Gori. Trasferitosi nell'antica villa nel 1970, con la moglie e con il consenso dei figli nell'81 ebbe l'inusitata idea di immaginare un parco d'arte, dando carta bianca all'artista purché creasse sul posto e rispettasse la natura. Le prime nove opere furono inaugurate venticinque estati fa, l'impresa prosegue e la documenta un agile libro edito da poco dagli Ori. È un'impresa ricca di implicazioni sul rapporto tra uomo e natura, sulle affascinanti forme che può prendere l'inconscio, ed è anche una storia di incapricciamenti, di azzardi e titanismi un po' alla Werner Herzog. Leggete cosa seleziona tra i suoi ricordi Gori, uomo lieve nel fisico quanto ferreo nella volontà e aperto alle sorprese della vita, e capirete. Cominciamo da Richard Serra, Leone d'oro alla Biennale del 2001, star mondiale capace di creare enormi e affascinanti spirali in ferro «invecchiato». «Prima usava solo metalli, a Celle ha capito di dover cambiare linguaggio, tutti qui lo cambiano, e s'è messo a cercare pietre», racconta Gori. Ma non semplici pietre: l'artista nato negli Usa nel '39 «voleva otto grosse pietre di determinate dimensioni e che avessero un taglio obliquo naturale analogo alla pendenza della collina dove le voleva collocare». Era la fine dell'81, ogni due-tre giorni Serra e Gori andavano alle cave di Firenzuola, nel Mugello, e quelle pietre non saltavano fuori. «O maestro, la guardi gli uomini qui, sono differenti uno dall'altro, per le pietre è lo stesso, ha voglia di aspettare, non troverà mai otto pietre uguali», esclamavano i cavatori. Dopo quattro-cinque mesi invece le pietre saltarono fuori. Non proprio dei sassolini: parallelepipedi di 140-160 quintali, di cui due metri dovevano emergere dal terreno e due stare sotto seguendo le curve del declivio. Facile a dirsi... «Per trascinare quei blocchi dovemmo costruire due grandi slitte d'acciaio legate a grossi camion, con argani appositi li tirammo su e li alloggiammo nella terra scavata. Intanto da Parigi reclamarono Serra per realizzare un lavoro enorme, costosissimo. Rispose di non volerci andare finché non aveva finito qui». Nel giugno '82 Serra inaugurò i suoi otto misteriosi megaliti moderni su prato. Dopo andò a Parigi. Parevano più abbordabili le esigenze del George Trakas, canadese del Quebec, nato nel 1944, per il suo Sentiero dell 'amore. Montò due scalinate, una in legno e una in ferro, lungo una piccola valle nel bosco, separate da un ruscello, che in fondo convergono. «È il punto d'incontro di due personaggi, un uomo e una donna ma non è detto, per un percorso che poi continua e i ruoli dei due cambiano, come cambiano nella vita, fino a una vasca a forma di cuore per l'acqua. L'artista - accenna Gori - ha lasciato ostacoli nel percorso per dimostrare che la vita è piena di ostacoli. Pensavo il lavoro fosse finito e invece no, Trakas voleva chiudere con un'esplosione con la dinamite perché, disse, non c'è amore senza esplosione. Chiesi il permesso alla polizia, era l'82, la polizia rispose: di' al tuo amico di fare l'esplosione con una pistola e dei fulminanti, non è il caso. Lui cambiò umore, all'inaugurazione era scontento. Un po' di mesi dopo mi scrisse dagli Stati Uniti: ho lasciato l'opera a metà, o mi fai avere l'autorizzazione o porto la dinamite in aereo. È tipo da provarci davvero. Convinsi la polizia, mandarono gli artificieri per un sopralluogo. Era novembre. C'era la tv nazionale tedesca per riprendere le opere, la troupe era contentissima del botto, era uno spettacolo in più, per riprenderlo montarono telecamere alimentate dalla batteria di una Mercedes, ma quando gli artificieri videro le telecamere e tutto l'armamentario dissero no, dissero che eravamo pazzi. I tedeschi telefonarono in Germania per provare che anche se la Mercedes e i macchinari saltavano per aria non importava, volevano l'esplosione, seguirono discussioni, alla fine gli artificieri concessero il via libera. Quel giorno scoppiò un temporale, tuoni e lampi, l'esplosione ci fu, i tedeschi la ripresero, non subimmo alcun danno». Ma questa vicenda così Sturm und Drang (letteralmente «tempesta e impeto», il movimento romantico tedesco) ha una romantica appendice amorosa: «Trakas aveva portato la figlia di otto anni e i due si buttarono nell'acqua gelida. A cena la piccola, Maggie, disse che con il botto aveva capito cos'è l'amore e che si sarebbe sposata qui. È' tornata col fidanzato e nella primavera del 2008 si sposerà nel parco». Nell'85 capitò la polacca Magdalena Abakanowicz, oggi 77enne: c'era un terreno recintato da filo spinato appena fuori del bosco che, per ragioni personali, emotive, Gori non voleva concedere, lei disse o lì o niente, l'ebbe vinta. Ma non su tutto: aveva avvisato il collezionista che non avrebbe mai usato il bronzo «perché l'età del bronzo è finita da un pezzo». Creò 33 grossi gusci verticali e pieni di venature, 33 figure arcane, da fantascienza, schierate come un piccolo esercito. In bronzo naturalmente. «Da allora Magdalena usa moltissimo questo metallo, ha opere sul tetto del Metropolitan di New York. Mi ha scritto: ti odio e sei il mio migliore amico. È una donna così». E di storie così il parco di Celle ne può riservare tante altre. «Le opere nascono tutte da rapporti personali con gli artisti, anzi reputo i contatti umani complementari alle opere stesse», conclude Gori. Speriamo quelle storie vadano raccolte, sarebbe triste e ingiusto se verranno dimenticate.