L'architettura oggi vive un nuovo momento di gloria. Gli architetti sono scesi dal banco degli imputati, che compartivano con altri accusati delle nefandezze avvenute nelle espansioni urbane del secondo dopoguerra, e hanno conquistato il più nobile sito riservato a chi dona prestigio al panorama abitato. Mario Botta, maestro svizzero dell'architettura contemporanea, autore del Moma di San Francisco e del Mart di Rovereto, di una dozzina di chiese (tra cui la cattedrale di Evry presso Parigi) e di una sinagoga, è a Sarzana il 1 settembre con una relazione su «Architettura e territorio». Architetto, come avviene il dialogo tra progetto e paesaggio? «Qualsiasi oggetto architettonico non sussiste se non entro un contesto. Il problema è la qualità del rapporto che si instaura in questo inevitabile gioco di dare e avere, di reciproca influenza e contaminazione che l'architettura attiva non solo con l'intorno geografico, naturale o costruito, ma anche col tempo: con la storia passata, con la cultura, con il complesso di sedimentazioni che costituiscono quel legato globale che è sinonimo di identità. Per non parlare dell'organizzazione sociale e della qualità della vita, delle quali l'architettura è espressione e sulle quali direttamente incide». Si pensa che l'incontro debba essere armonico, ma spesso è fondato sul contrasto... «Il contrasto non solo è inevitabile, ma in un certo senso fa parte dell'equilibrio che l'intervento architettonico realizza. Credo infatti che l'architettura stimoli a una riflessione critica sul contesto, mettendo in e-videnza aspetti che altrimenti resterebbero nascosti. Consideriamo u-na magnifica valle montana, attraversata da un ponte: questo rivela gli elementi costitutivi del paesaggio; ricollegandoli, evidenzia la separatezza dei due versanti. Oppure un campanile che sorga su una balza: con la sua presenza la fa risaltare e la individua nell'orografia del sito». Gli stili di progetto sono cambiati, e col moderno drasticamente. «L'architettura è specchio della cultura contemporanea. Oggi viviamo un'epoca di frammentazione in cui sarebbe ben arduo ricercare i valori forti del passato. La cultura del moderno è fragile; ha saputo esprimersi nelle conquiste tecnologiche, ma siamo rimasti orfani del pensiero. Così, a volte mi chiedo che cosa resterà dell'architettura della nostra e-poca... Forse il futuro preparerà una cultura più solida che saprà esprimersi con maggiore chiarezza e coerenza. Oggi mi sembra che lo stesso proliferare di musei sia un segno dell'assenza di produzione originale: badiamo a difendere il passato, anche perché in fondo sappiamo di avere ben poco da offrire nel presente. Nell'animo di ognuno si cela il desiderio dell'immensità, ma oggi non trova espressione. Si pensi anche soltanto alla quantità di monografie sulla produzione architettonica corrente: un tempo ci voleva almeno un secolo prima che ci si impegnasse a rileggere criticamente la produzione passata». In questo la sua produzione è eccezionale: lei si mantiene coerente e fedele a un approccio progettuale. «Il linguaggio è importante, anche se non credo sia determinante. Ho scelto la lingua delle forme geometriche, che costituiscono presenze forti e riconoscibili: sono qualità che aiutano anche nel dialogo col paesaggio e permettono facilità di lettura. Da una sola angolatura si può comprendere la totalità dell'oggetto: è qualcosa che avviene anche col Pantheon o con la cattedrale di Chartres... e lo considero una qualità. Soprattutto quando si progettano chiese, in cui si richiede potenza iconografica e facilità di lettura».