Il bar è una specie di chiosco ai lati della strada. Ihaila, tra Tripoli e Kalamata. Le fiamme, tre giorni fa, lo hanno circondato, desertificato il piccolo giardino, annerito il cortile e l'ingresso, calcinato i tre alberi che erano proprio davanti all'insegna. Ieri ha riaperto. I ragazzi hanno fatto tornare bianche le travi e i vetri delle finestre brillano. E' forse il simbolo di una nuova giornata, dopo la spaventosa sequenza di incendi. La vita che ricomincia, che ti fa dimenticare lo spettacolo attorno. Tra Tripoli e Megalopoli e poi giù, verso il mare, sono state spazzate vie foreste e la macchia mediterranea (che qui si confonde tra le querce, gli ulivi e le conifere). Decine di chilometri di deserto fumante; qui sono morti, nelle località della montagna e lungo le strade interne una quarantina di persone. Le operazioni di soccorso non si fermano; Land Rover e camionette dei pompieri continuano a inerpicarsi nelle strade strette, asfaltate con cura: il calore ha fuso, in molti tratti, il manto che è diventato poroso e quasi bianco. C'è il sole, ma qui c'è la nebbia. Il fumo continua a salire dal terreno incandescente e la gente, adesso, si ferma nelle aree di sosta in cima alla montagna per rendersi conta di cosa è davvero accaduto. Una mamma accompagna la sua bimba sul limitare di un picco, alto. Le indica i colli dove non c'è più nulla, la casa bianca dove è soffocata una famiglia. Un inferno durato quattro giorni, e ancora minaccioso, a soli quindici chilometri da qui, ad Artemisia, sul versante opposto. Si sale lungo i tornanti che da Kalamata portano su a Megalopoli. Alcuni paesini offrono bizzarre prospettive. Normali di fronte, con le facciate ancora intatte. Invece le fiamme le hanno svuotate, colpite alle spalle. In mezzo al centro, tra i negozi e i giardini. Molti alberi uccisi a metà. Le chiome verdi, appena piegate e i tronchi neri, già defunti. Uomini e donne osservano il disastro, e non vogliono dire una sola parola ai giornalisti delle tv. Gli operatori di una troupe tedesca si sono arrampicati sul campanile e riprendono le case dall'alto. Li obbligano a scendere, con una ferma e decisa gentilezza. Il terrore è passato, è alle spalle; ora si resta silenziosi e inerti, mentre i tecnici della Protezione civile compilano moduli su moduli. I proprietari aspettano con impazienza che se ne vadano. Tutti. Ci sono i gruppi elettrogeni, gli operai della rete elettrica e telefonica stanno facendo miracoli. Le camionette ferme a fianco ai pali con i fili che pendono nel vuoto; dal deserto emergono uomini esausti, la faccia e le tute nere, avvolti da un calore che toglie il respiro e ti copre in un attimo di sudore. Sbattono con forza gli scarponi sull'asfalto ma la cenere non se ne va, spessa e catramosa com'è. Segni anche di battaglie vinte: Derveni ha subito danni gravissimi, ma il distributore di benzina è miracolosamente intatto; raccontano che tanti volontari si sono uniti ai gestori. E così sono rimaste le aiuole, i cartelloni con il prezzo dei carburanti, le poche auto parcheggiate all'interno. Guardi i boschi, i frutteti, i campi di Megalopoli, ottomila abitanti e un sito archeologico di grande interessi, e il perché della disperazione dipinta sul volto degli sfollati appare chiarissimo. Ulivi centenari immobili, feriti a morte. Non si possono contare, tanti sono. Sono giornate terribili ed è il momento dei primi bilanci. Il lutto nazionale ha coinvolto Finterà comunità del Peloponneso, la tomba - per ora - di 63 persone, più la ventina di dispersi. Decine i villaggi evacuati con pullman ed elicotteri. Nella «caccia al piromane» un centinaio di persone sono state fermate, ma per il momento sono solo sette le incriminazioni, soprattutto per atti di negligenza. Già si calcola che siano 3mila le persone rimaste senza casa, molte delle quali hanno perso tutti i loro beni, i campi coltivati, gli animali. Ad Artemisia anziane vestite di nero si sono raccolte davanti alla chiesa; aspettano che rientrino i figli e i mariti. Nei dintorni le fiamme sono ancora attive, zigzagano con violenza, si riversano nei boschi che fiancheggiano la strada. Auto bloccate dalla coltre di fumo. In questo modo, prigioniere negli abitacoli sono morte soffocate tredici persone. Solo le donne vanno a pregare. Gli uomini no: devono vedere i boschi, controllare i danni. Non hanno pace.