Parla Settis, oggi Direttore della Scuola Normale, in passato al Getty Museum:"Un errore importare il modello americano". ROMA All'assedio del patrimonio artìstico italiano, tra leggi di riforma, vogliad'impresa, tradizione e innovazione, il professor Salvatore Settis, direttore della Scuola Normale Superiore di Pisa, una lunga esperienza al Getty Museum dì LosAngeles, ha dedicato il suo ultimo libro: "Italia Spa. L'assalto al patrimonio culturale". Un'inchiesta partita in un momento difficile per il futuro dei beni culturali del nostro paese, al varo cioè di quella "legge Tremonti" che permette la cessione di proprietà dello Stato a privati e a poche settimane dall'entrata in vigore della riforma del ministero. Un'occasione per analizzare il passato e il futuro delle politiche di tutela del patrimonio artistico e nello stesso tempo per verificare se sia possibile in questo campo importare in Italia modelli "stranieri", a cominciare dal famoso "modello americano" di gestione dei musei. Professor Settis, il malessere all'Interno del Beni Culturali è forte. L'accusa è che con la direzione di Urbani il ministero sia tornato ad essere un organismo di serie B, destinatario di tagli di fondi, senza visibilità né dignità politica. «A dire la verità i Beni Culturali sono sempre stati un ministero di serie B, e questo anche con i governi di centro sinistra. Le ragioni del malessere sono tante e di lunga durata, ma nello specifico vorrei citare il blocco delle assunzioni, che ha portato ad un invecchiamento di tutto il personale, la cui età media oggi è tra i 50 e i 55 anni. Faccio un esempio: l'ultimo concorso per archeologi risale al 1989, e in quell'occasione furono assunte undici persone. Accadeva quattordici anni fa... Nel 2002 la regione Sicilia ha invece assunto, e soltanto per il territorio siciliano ben 75 archeologi. Settantacinque contro undici. E' difficile far funzionare una macchina amministrativa con questi numeri». Il Governo ha appena approvato la riforma del ministero. «Quello che posso dire è che la vera riforma sarebbe eliminare la gestione a piramide che per ora nessuna legge ha contemplato e dotare soprintendenze e musei di un'autonomia assai maggiore». E' stato questo il tentativo dei poli museali a Roma, Napoli, Firenze e Venezia. «Sì, ma un tentativo nella direzione sbagliata, perché ha spezzato il nesso museo-territorio. La burocrazia non è stata snellita, anzi appesantita conunamoltiplicazio-ne delle competenze. Oggi la città di Napoli ha una soprintendenza e i musei ne hanno un'altra. Così Firenze o Venezia. Con il risultato che se chi dirige i musei ha bisogno del quadro di una chiesa deve chiedere il permesso al soprintendente territoriale e viceversa». Qual è allora la sua Idea di autonomia? «Penso ad una figura di soprintendente che abbia una vera "libertà" nella gestione delle risorse e poi venga giudicato, ciclicamente, sul suo operato, da figure super partes. Un po' il ruolo che hanno oggi i rettori delle università». Nel suo libro lei afferma che un clamoroso errore compiuto da tutti gli ultimi ministri dei Beni Culturali è stato quello di voler imitare il modello americano di gestione dei musei. «Certo, perché i musei americani non hanno alcun legame storico con il luogo in cui sorgono, a differenza dell'Italia dove formano invece un tutt'uno con la città, il villaggio, il paese. Gli Uffizi appartengono a Firenze così come Firenze è rappresentata dagli Uffizi. Il Metropolitan, il Getty sono delle "astronavi" che potrebbero vivere ovunque negli Stati Uniti, sono istituzioni totalmente private e hanno una imprenditorialità interna che mi sembra difficilmente esportabile. La lezione americana deve servire a facilitare in Italia il meccanismo fiscale delle donazioni, accelerare il ruolo delle fondazioni bancarie per reperire fondi, ma senza snaturare il nostro modello dì tutela», (m.n.d.l.)