Per allargare il Partenone il Governo vuole abbattere un fascinoso palazzo anni 30 e la casa del musicista (e Oscar) greco Vangelis Ristorante con vista. Sul Partenone. È l'ultimo highlight del Nuovo museo dell'Acropoli che aprirà ad Atene Tanno prossimo, dopo il tanto reclamizzato roof a vetri per ammirare in simultanea i capolavori di Fidia in museo e il tempio sulla rocca. Peccato però che il ristorante sia al piano terra, e che per favorire la "vista" si debbano abbattere una casa dei primi del Novecento in stile Neoclassico, e un palazzetto Art Déco del 1930 che è pure monumento nazionale. Insomma un affronto all'architettura, in nome dell'archeologia. Un duro colpo alla storia della città, in nome della contemplazione estatica del glorioso passato. Gli architetti hanno reagito, la gente ha protestato. La battaglia è aperta. A luglio, mentre sull'Acropoli si chiudeva il vecchio museo e s'imballavano le opere, il Consiglio superiore per l'archeologia si è affrettato a togliere il vincolo al palazzetto moderno. Una decisione molto dibattuta, presa solo perché il segretario generale del ministero della Cultura, Christos Zahopoulos, ha fatto valere doppio il proprio voto. Poi toccava al ministro Gorge Voulgarakis ratificare la decisione e ordinare la demolizione. Ma è scoppiata la protesta popolare, sono scattate minacce di denuncia, e fioccati reclami da ogni angolo del pianeta. Così per ora i due edifici sono ancora lì. La casa neoclassica ospita ancora il musicista (e premio Oscar) Vangelis. E l'opera Art Déco dell'architetto Vassilis Kouremenos mostra ancora i suoi marmi colorati, le cariatidi all'ingresso, i colori dei mosaici tra Edipo e la Sfinge e il ritorno di Teseo. I turisti che la visitano (sta su diverse guide) leggono anche i manifesti che invitano a sostenere la protesta contro la demolizione. E capiscono che senza quelle case la passeggiata di Dyonisiou Areopagitou non sarebbe più la stessa. Da qualche anno è diventata una bella via pedonale, scenografico spartiacque tra le pendici dell'Acropoli e il quartiere di Makriyianni. Ma già diverse sue case sono svanite per far posto al museo. E il museo, disegnato dall'architetto svizzero Bernard Tschumi, incombe sul quartiere sovrastando di molto ogni tetto. Sembra quasi voglia rivaleggiare col Partenone. Sacrilegio! «Un corpo estraneo nella sacra roccia dell'Acropoli», si è detto. «Un elefante in un giardino neoclassico». Ma oramai c'è, finalmente pronto dopo anni di ritardi per dispute, ricorsi di architetti, scavi archeologici, cancellazioni di progetti, battaglie legali. Dopo una spesa di 129 milioni di euro. Certo, serve da tempo una casa adeguata ai marmi del Partenone e alle meraviglie dell'Acropoli (circa 4.000) rimaste finora nei magazzini. E serve una casa come arma imbattibile nella disputa per riavere ad Atene i marmi Elgin. Tschumi, senza pronunciarsi sulla demolizione dei due edifici, dice però che «l'essenza del museo è la relazione, mostrare quel che sta all'interno ma anche all'esterno». Creare insomma, in nome dell'antico, un'unità che l'antico non aveva. Un "dialogo col Partenone" che ora si vuole estendere persino al ristorante. Pare un eccesso. Settembre sarà il mese delle grandi manovre, il complicato trasferimento delle opere dall'Acropoli alla nuova casa. E delle elezioni politiche. In cotanto trambusto, magari si vorranno scordare le polemiche estive. Le due palazzine di Dyonisiou Areopagitou lo sperano vivamente.