Distratti da notizie gravi, dall'estate, semplicemente coinvolti in interessi più banali o personali, abbiamo trascurato una novità importante: il Castello di Oria si vende. Nel dettaglio: la famiglia Martini Carissimo, cui il maniero appartiene dal 1933, ha firmato l'atto di vendita in favore degli imprenditori Caliandro-Romanin, proprietari di Tenuta Borgo Ducale, complesso con sale per ricevimenti e congressi in terra di Brindisi. Quasi otto milioni di euro l'operazione. Un affare di entità notevole, come notevole è il rischio che si porta dietro: che il castello, monumento nazionale per il suo valore storico e artistico, teatro di assedi e antiche glorie, diventi scenario di poco gloriosi banchetti nuziali. La faccenda non può - e non deve - passare inosservata. Il Castello di Oria non è un castello come tanti. Voluto da Federico II intorno al 1200 (sebbene origini e datazione siano un po' controverse. Un primo nucleo è possibile esistesse già in età bizantina), è il simbolo maestoso della Puglia e della Terra d'Otranto, così come Castel del Monte lo è della Puglia e della Terra di Bari. Non sembri peregrino come paragone: ma è come se si vendesse il Palazzo Ducale di Urbino, la Torre di Pisa, il Giardino di Boboli a Firenze, il Castello degli Estensi a Ferrara. Entità che sono tutt'uno con la regione che le accoglie e la sua gente, indipendentemente dai marchesi e dai conti che vi hanno abitato o vi abitano. Ecco perché gli enti locali, in casi come questo, non solo hanno il diritto di prelazione (previsto dal Testo Unico sui Beni culturali), ma il dovere morale di salvaguardare il legame con il territorio, di assicurarsi che la destinazione d'uso sia quella giusta, che un patrimonio collettivo non sia banalizzato per fini di lucro, ma abbia la dignità che merita. Gli acquirenti hanno assicurato che niente svilirà il valore della costruzione: non sarà né un ristorante, né un albergo, né una beauty farm, forse solo un centro congressi, minore dei mali certo, anche se un po' utopistico come progetto, visto che una scelta del genere ha bisogno di essere supportata da servizi e infrastrutture ad hoc di cui la provincia di Brindisi francamente non dispone; senza poi contare che un'attività congressuale tanto intensa da rendere addirittura necessario l'utilizzo di un intero maniero, in Puglia è più improbabile che auspicabile. L'amministrazione comunale di Oria, da parte sua, ha fatto sapere di non essere stata minimamente coinvolta né tanto-meno informata dalla famiglia Martini Carissimo circa le intenzioni di vendita (l'atto è stato sottoscritto alla presenza del notaio nel pieno delle ferie estive; i termini per esercitare la prelazione scadono i primi di settembre: solo un caso?); ma, sia pure in extremis, anche il Comune sta tentando il tutto per tutto. Apprezzabile la buona volontà del sindaco e della sua giunta, ma otto milioni di euro sono tanti, troppi. Molto più dell'intero bilancio comunale, se si aggiungono i costi di restauro e le spese fisse di gestione. E simili difficoltà esisterebbero anche per la Provincia di Brindisi. Diverso, molto diverso per la Regione, che potrebbe più facilmente reperire risorse e mezzi per rilevare il Castello, farlo proprio e salvarlo da un destino incerto. A fronte di denari spesso spesi per una cultura che sa poco di cultura, per progetti frammentati e frammentari, questa potrebbe essere la prima grande occasione. Per fare qualcosa, e farla per tutta la Puglia, per salvare e valorizzare quel che di prestigioso ha, per disegnare circuiti turistici che da Nord a Sud la attraversino e ne favoriscano la scoperta durante ogni stagione dell'anno, per dare lavoro a tanti giovani disoccupati specializzati in Beni culturali, per collaborare con gli enti locali pensando a una gestione mista magari, per realizzare quello che altrove non esiste, come un grande museo dedicato alla civiltà messapica: il Castello di Oria sarebbe una sede più che degna. Nei più bei castelli d'Italia non si banchetta. I castelli di Puglia meritano eguale considerazione. Se la Regione c'è, batta un colpo.