Le recenti polemiche sull'ascensore (tributo pagato ai «diritti del turista») riaccendono le luci su uno dei più tormentati monumenti pubblici d'Italia. Progetti riciclati, scoperte archeologiche che modificavano i lavori, diatribe tra architetti e scultori. E la tentazione continua di demolirlo... Compie cinquant'anni il libro, memorabile e dimenticato, di Marcello Venturoli sul Vittoriano (La Patria di marmo, Nistri-Lischi, 1957). La vicenda dell'ingombrante monumento vi è raccontata con gran piglio, intrecciandola non solo alle biografie dei protagonisti (l'architetto Giuseppe Sacconi, lo scultore della statua equestre Enrico Chiaradia, la folla dei loro rivali), ma alla storia dell'Italia di quegli anni. L'idea del monumento (doveva chiamarsi Emanuelion) nacque sull'onda dell'emozione per la morte di Vittorio Emanuele II (1878), incarnandosi nel «mito di una patria fuori di noi, da adorare come una dea» e da tradurre nel marmo. Ne nacquero collette, stanziamenti, disegni di legge, commissioni, concorsi, con le debite controversie. Duecentonovantasei i bozzetti presentati, «una selva di archi, di colonne, di monoliti, di esedre, di mausolei, di fori (...), fontane monumentali, moli sabaude, connubi tra la Torre di Pisa e la Colonna Traiana, logge rinascimentali, millepiedi di marmo, concentrati di templi sovrapposti». Vinse il francese Henri-Paul Nénot («un gran porticato con l'arco di trionfo e l'obelisco»), prontamente accusato di aver riciclato un suo progetto di pochi anni prima ed eliminato. I giochi ripartono nel 1882, con un nuovo concorso che fissa il luogo del monumento, sul Campidoglio per ovvie ragioni simboliche, e precisa un'idea di massima: dovrà trattarsi di «una statua equestre con fondo architettonico e opportune scalee», a «rammentare con l'arte storica o simbolica, pittorica o statuaria, gli uomini e gli avvenimenti che, in relazione a Vittorio Emanuele, meglio cooperarono all'unità della Patria». Sono gli anni del Ballo Excelsior alla Scala: alla stessa cultura di un classicismo un po' "pompier" apparteneva il Sacconi, che vinse sgominando altri novantasette concorrenti. Ma il suo progetto dovette adattarsi via via a mille imprevisti. Da sterri e sbancamenti non venne fuori la prevista rupe tufacea, in cui le scalinate dovevano essere intagliate, e così si dovette progettare una mole «vuota», con dentro «cripte, gallerie, saloni, corridoi, atrii, vestiboli, scaloni, criptoportici». Fu scelto per il rivestimento il marmo botticino, «il cui colore, appena tolto dalla cava, tende a un delicato giallo di Napoli, ma con l'andar del tempo ritorna bianco, anzi cadaverico», una vera calamità per Sacconi che pensava al travertino. Il concorso per la statua equestre fu vinto dal Chiaradia (1889), che Sacconi detestava, e che per molti anni esitò fra troppe idee. Finivano i soldi, le scoperte archeologiche modificavano il progetto, il monumento si faceva sempre più grande, servivano nuovi stanziamenti, i lavori s'interrompevano e riprendevano, le allegorie si complicavano, cambiava intanto l'Italia e l'idea stessa della Patria. «Il monumento al gran Re, fondatore dell'unità italiana, diventava dunque (...) il concetto dei concetti, l'Altare della Patria, nel quale avrebbero dovuto confluire poeti e prosatori, guerrieri e navigatori, generali e grandissimi burocrati, vestiti di panni marmorei e togati». Ad affollare di statue la Mole, si reclutano i migliori scultori sul campo, da Bistolfi a Rutelli; muoiono intanto Chiaradia (1901) e Sacconi (1905), si succedono commissioni e modifiche, finché il monumento, ingigantito rispetto al progetto originario, viene inaugurato frettolosamente nel 1911 (non si poteva mancare il cinquantenario dell'Unità), per poi richiuderlo e finire i lavori qualche anno dopo; finché l'Altare della Patria riceve la salma del Milite Ignoto (1921), e vi prende posto la Dea Roma di Angelo Zanelli (1925). In questo travaglio durato quasi cinquant'anni, l'Italia conobbe le prime imprese coloniali e il terremoto di Messina, l'assassinio di Umberto I e il crollo del campanile di San Marco, lo sviluppo delle tecniche e delle industrie e l'avvicendarsi di primi ministri e maggioranze, le lotte sociali e le cannonate di Bava Beccaris, la guerra mondiale e il fascismo. Il gusto «circa 1880» che presiedeva al progetto era più che datato quando finalmente il Vittoriano fu concluso. Perciò ci fu allora chi se lo fece piacere per carità di patria e chi cominciò a sbeffeggiarlo. Per Emilio Cecchi quel «tema di melodia purissima era finito in un grido rauco», e la Mole faceva l'effetto di un «Partenone in fregi di zucchero, uso panforte di Siena», con un «adipe flaccido, glutinoso e biancastro, traboccato giù, spappolato intorno». Richiamando Marinetti e l'estetica futurista della demolizione, Giovanni Papini inveiva contro il «passatismo ed archeologismo storico, letterario e politico che ha sempre annacquato l'Italia», maledicendo «quel pasticcio classico e barocco del monumento a Re Vittorio, questo bianco ed enorme pisciatoio di lusso che abbraccia dentro i suoi colonnati un pompiere indorato e una moltitudine di statue banali fino all'imbecillità». E di demolizione parlarono non solo i futuristi, ma anche, all'indomani della Seconda guerra mondiale, qualche fautore della Repubblica. Eppure, il vituperato Vittoriano ha ancora abbastanza carica simbolica da attirare le bombe (nel 1969), da destar plauso quando Ciampi volle riaprirlo al pubblico (2000), da suscitar polemiche oggi che esso non culmina più né nella tomba del Milite Ignoto né nella Dea Roma né nella statua del Re, bensì in un vitreo ascensore panoramico, ultimo e supremo sberleffo di involontario, attardato sapore futurista. Ci voleva davvero, un ascensore a coronare il Vittoriano? Rappresenta davvero, come alcuni dicono, un omaggio al contemporaneo eo un sacrificio ai "Diritti del Turista" amante, si sa, delle vedute panoramiche? Dobbiamo allora aspettarci un Ottovolante (con belvedere) intorno alla cupola di San Pietro, una Splash Mountain nel Colosseo (con vedute mozzafiato)? Destino inclemente, quello del Vittoriano di Sacconi: i fautori dell'ascensore esprimono sotterranee solidarietà con le voluttà demolitrici e profanatorie di Marinetti e Papini, mentre i suoi nemici, quasi fossimo nel 1911 o nel 1925, vengono accusati di passatismo. E se, invece, si prendesse semplicemente atto, fuori da ogni ideologismo, che il Vittoriano, come ogni altro monumento della sua età, è storicizzato e protetto dalle leggi di tutela? E che esse contemplano sì (con mille prudenze) ascensori dentro i monumenti, ma non ascensori che emergano e svettino sull'alto dei monumenti modificandone percezione e profilo, siano essi l'Arco di Traiano a Benevento, il Duomo di Milano o (persino) il «Colosseo quadrato» dell'Eur?