«L'ho sempre pensato e lo ripeto. Il Senato è un'istituzione vivai che deve guardare alla contemporaneità studiando e seguendo i tempi nuovi. Non può essere vincolata al passato nemmeno esteticamente. Un dialogo aperto con l'arte contemporanea è uno degli elementi essenziali di questo rapporto con l'oggi». Il presidente del Senato, Marcello Pera, sembra molto soddisfatto dei canali aperti con molti artisti italiani dei nostri giorni. Entro la fine dell'anno, in uno spazio tra il Transatlantico e l'aula, nascerà la «Sala Ghia», dedicata appunto a Sandro Ghia, uno dei campioni della Transavanguardia: un tavolo in metallo sorretto da due sculture e una grande tela. Sempre tra poche settimane arriverà in Transatlantico una tela di Piero Guccione, più grande dei suoi tradizionali spazi minimalisti: e con lui approderanno anche sei opere di giovani artisti del suo gruppo di Scicli. Poi sarà il turno di Mimmo Paladino. Due luminose nature morte dell'iperrealista Luciano Ventrone rischiarano da tempo la bouvette. Nel chiostro accanto alla biblioteca del Senato, in piazza della Minerva, un'altra scultura di Sandro Ghia (un angelo con una sola ala) offre il proprio cuore ai visitatori, mentre nella sala delle conferenze appare una figura femminile dorata di Giuliano Vangi. Ed è stata proprio una seconda opera di Vangi collocata in Transatlantico, ribattezzata «Italia» dall'autore su idea di Pera, a scatenare la nota polemica estiva. Si tratta di un tronco liscio e cilindrico in legno color rosa antico che imprigiona un volto enigmatico adornato di treccine in avorio. Una «Italia» ancora inespressa? Chissà. Il simbolo non è piaciuto a uno dei vicepresidenti del Senato, il leghista Roberto Calderoli che ha parlato di «monumento al viagra, un superpreservativo» e ne ha chiesto la rimozione organizzando una raccolta di firme. In un primo tempo aveva ottenuto l'adesione di alcuni esponenti della stessa maggioranza. Poi, dopo ripensamenti estetico-politici, molte firme sono state ritirate e ora restano solo alcuni leghisti e pochi Ds. Spiega allora Pera: «Confesso di aver trovato assai mediocre il linguaggio usato perché mi sono dispiaciuti la qualità e i modi. Ritengo poi strumentale la stessa polemica. La mia proposta di acquistare arte contemporanea è stata approvata dal consiglio di presidenza e le ipotesi sono state vagliate da una commissione formata da due senatori esperti d'arte come Ottaviano Del Turco, che è anche pittore, il quale ha rappresentato l'opposizione, e da Antonio D'Ali, appassionato collezionista, per la maggioranza. Poi ci sono il segretario generale, il soprintendente di Palazzo Madama e il sottoscritto. Un'operazione dunque ampiamente condivisa: c'è stato un eccesso di critica e non solo verso la presidenza. Ma a me ora importa proseguire nel lavoro già avviato. Anche perché sia alla Camera che alla Consulta da tempo l'arte contemporanea è visibile, presente negli spazi: al Senato no. Ed è incomprensibile». Il presidente del Senato racconta di aver potuto contare sulla grande disponibilità degli artisti contemporanei interpellati «che hanno ceduto le loro opere a un prezzo diciamo così di costo. Molti di questi lavori, sul mercato, valgono moltissimo. Pensiamo appunto a Vangi che, vicino a Tokio, può vantare un intero museo dedicato alla sua produzione. Poi c'è stato il contributo di alcuni sponsor che si sono contentati di una piccola citazione. Il risultato è che ora molti altri artisti contemporanei, di cui non farò il nome, hanno offerto la propria collaborazione dopo aver visto i primi innesti: si sentono più coinvolti anche nei confronti di un'istituzione con cui non si pensava di poter dialogare dal punto di vista artistico». Resta, ammette Pera, un problema di assuefazione estetica, cioè di abitudine visiva. Poi bisognerebbe aggiungere un altro dato. Le tappezzerie baroccheggianti di molti locali del Senato, che spesso risalgono agli anni '60, sembrano fatte per respingere ogni contatto col mondo di oggi. E uno sfondo, si sa, ha il suo peso estetico.