Nonostante l'usura e la progressiva consunzione, per sessantasei anni la stele di Axum, in piazza di Porta Capena, di fronte al Palazzo della Fao, ha rappresentato il simbolo dei fasti e delle vestigia di un impero il cui ricordo è diventato opaco e fissato nella memoria di pochi. Ieri sono stati avviati i lavori di disarticolazione, che si concluderanno entro il mese di ottobre con il trasferimento della stele nel suo Paese. Un'operazione che non chiude soltanto una vertenza ormai annosa con l'Etiopia, ma che per qualcuno rischia di cancellare una parte dell'identità della destra italiana che in quei 24 metri di obelisco si riconosceva. Non si poteva fare altrimenti: nonostante le proteste vivaci e talvolta spettacolari di Teodoro Buontempo o di Domenico Gramazio (entrambi di An) che si erano perfino arrampicati sulla stele, come di esponenti più estremi come Base autonoma o Fronte nazionale, la decisione di restituire il monumento era stata presa e non si poteva più tornare indietro. Se ne era occupato perfino l'allora Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, il quale pochi anni fa aveva assicurato le autorità etiopiche che l'accordo sarebbe stato rispettato. L'accordo era quello stabilito nel 1947, un trattato di pace che prevedeva il ritorno della stele in Etiopia, confermato in un'intesa del 1956 in cui venivano regolate le questioni ancora pendenti tra i due paesi in seguito alla guerra. Nel 1997, appunto con Scalfaro, furono definite le procedure di restituzione e fu stanziato nella legge di bilancio un miliardo di lire per il pagamento delle spese di smontaggio. Tra proteste, polemiche e rimandi, nel luglio 2002 il Consiglio dei ministri, dopo una relazione del presidente del Consiglio dei ministri e ministro ad interini degli Affari esteri Silvio Berlusconi, aveva deciso di avviare le procedure per la restituzione all'Etiopia dell'obelisco di Axum. Il titolare del dicastero dei Beni Culturali Giuliano Urbani aveva annunciato da tempo l'intenzione di rispettare gli accordi, sebbene questo avesse scatenato le ire dell'alierà sottosegretario Vittorio Sgarbi. D'altronde l'Etiopia, forse spazientita proprio dai ritardi, era stata categorica per bocca del suo premier, Meles Zenawi: «Non spareremo, ma a parte questo faremo di tutte per riaverlo» riferendosi all'obelisco che svetta davanti alla Fao. Ad Axum, ex capitale imperiale ed ancora oggi capitale religiosa, a una cinquantina di chilometri dal confine eritreo, la stele la attendono con trepidazione: da un paio d'anni è pronta e coperta una grande buca dove sarà infisso l'obelisco. Nei mesi scorsi Addis Abeba si era rivolta anche all'Unesco affinchè il monumento venisse restituito. La stele è uno dei monumenti dell'antica città santa copta, sull'altopiano del Tigre, che tra il III sec. A.C. ed il VI dopo Cristo fu il mitico cuore del primo grande impero regionale ed oggi è un poverissimo villaggio di pastori. Ieri mattina gli operai hanno cominciato a sezionare i vari blocchi sovrapposti che costituiscono il monumento, lavorando su un'alta impalcatura di tubi metallici che circonda completamente la stele. Non sono mancate le proteste. In prima fila l'ex sottosegretario ai beni culturali Vittorio Sgarbi: «È un momento di lutto per la civiltà italiana». «Nelle opere pubbliche - ha continuato Sgarbi - il fascismo ha prodotto cose eccezionali, universalmente riconosciute, Quindi smantellarne una è un segno di grande inciviltà». Gli fa eco il dirigente romano di Azione Giovani, che fa capo ad An, Federico Iadicicco: «Se i! governo italiano vuole restituire l'obelisco di Axum all'Etiopia noi chiederemo al governo francese l'immediata restituzione della Gioconda».